sabato 11 luglio 2009



















Biografia
PREFAZIONE

Nella Chiesa di Dio che è in Cerreto Sannita - Telese - Sant'Agata de' Goti l'Istituto delle "Suore degli Angeli Adoratrici della SS. Trinità" è il più numeroso. Sono presenti infatti sette comunità che coprono vari campi di apostolato: seminario minore diocesano, scuola materna, assistenza agli ammalati, catechesi in parrocchia.Quando si parla di una congregazione maschile o femminile non molto conosciuta subito viene spontanea la domanda: ma il fondatore (o la fondatrice) come si chiama?E la domanda che feci anch'io alla Superiora Generale delle Suore degli Angeli, Sr. Annalisa Maci, quando nel maggio dello scorso anno, dopo la mia elezione a Vescovo, venne a Salerno per augurarmi fecondo ministero episcopale alla guida della diocesi di Cerreto Sannita - Telese - Sant'Agata de' Goti e per invitarmi a presiedere la concelebrazione Eucaristica, a Faicchio in occasione della professione religiosa di alcune Suore.Quando poi seppi che la fondatrice era Madre Maria Serafina Micheli le mie conoscenze s'arricchirono soltanto di un nome senza uno sfondo storico e dei fatti che ne delineassero, anche se epidermicamente, la personalità.Ma quando i primi passi del mio ministero episcopale mi portavano ad incontrare spesso (in seminario, in cattedrale, a Cerreto Sannita e altrove in diocesi) suore serene, gioviali, a servizio dei più bisognosi, fu una necessità per me risalire alla figura di Sr. Maria Serafina, consapevole che gli appartenenti agli Ordine religiosi o alle varie congregazione maschili e femminili riflettono la personalità e la spiritualità dei loro fondatori o delle loro fondatrici.La mia prima sorpresa fu nell'apprendere che le Suore degli Angeli presenti in diocesi, in comuni spesso piccoli, avevano una fondatrice non meridionale, nata a Imer, in provincia di Trento, nel 1849, prima cioè dell'unità d'Italia e prima quindi che il Trentino fosse regione Italiana.Essa si chiamava Clotilde Micheli e trascorse i primi diciotto anni della sua vita, gli anni della formazione, in famiglia, nel suo paese natale. Negli anni seguenti, alla ricerca della sua via alla santità, soggiornò a Venezia, Padova e in Germania per ritornare poi a Imer dove nel frattempo morirono i genitori.Ma la permanenza a Imer fu breve perché nel 1887 partì per Roma, in compagnia di una sua nipote. Qui incontrò Mons. Sanchez che presentò le due pellegrine alle Suore Immacolatine che avevano il loro Istituto in Via Merulana. Pur non convinta pienamente della sua scelta Clotilde vestì l'abito delle Immacolatine e fu mandato, come Superiora, nella piccola casa di Sgurgola d'Anagni.Ma questa esperienza durò poco perché Clotilde, in seguito ad una lettera a lei inviata da Padre Francesco Fusco che nel frattempo, lasciata Assisi, era stato inviato presso il Convento della Solitudine a Piedimonte d'Alife (Caserta) dove il Vescovo, Mons. Antonio Scotti, aveva in animo di fondare una nuova congregazione, si diresse verso il Sud.Arrivata a Piedimonte d'Alife, pero, Clotilde rifiutava i progetti di Mons. Scotti. Per interessamento di Padre Fusco fu ospitata da una famiglia di Caserta e pochi mesi dopo accettò l'invito del parroco di trasferirsi nella sua casa di Casolla, sempre in provincia di Caserta.E proprio a Casolla si formò il primo nucleo delle future Suore degli Angeli. Il 28 giugno 1891 con l'autorizzazione del Vescovo di Caserta, Mons. Enrico De Rossi, cinque donne si consacravano al Signore con la vestizione religiosa avvenuta in una casa privata e la cui cerimonia fu presieduta da Padre Fusco. Clotilde prese il nome di Sr. Maria Serafina del Sacro Cuore.Casuale fu l'arrivo delle Suore a Faicchio, nella diocesi di Telese o Cerreto, oggi Cerreto Sannita - Telese - Sant'Agata de' Goti, dove un vecchio convento fu ricostruito ed affidato a Sr. Maria Serafina, le cui suore prendevano possesso dei locali il 2 gennaio 1899 dando così inizio all'attività dell'asilo dopo aver attenuto il "nulla osta" dal Vescovo di Telese o Cerreto Mons. Angelo Michele Iannacchino.Qui veniva trasferita successivamente la Casa Madre. E qui, dove oggi riposano le sue spoglie mortali, morì, Madre Serafina il 24 marzo 1911: vent'anni aveva potuto dirigere il suo Istituto che alla sua morte contava 66 suore e 13 case di missione.Queste sommarie note biografiche della fondatrice delle Suore degli Angeli ci fanno capire come Dio guidi le nostre esistenze e realizzi sempre il progetto che ha su ognuno di noi se la sua grazia non trova ostacoli nei nostri rifiuti a seguire, anche quando ciò costa fatica e tribolazione, la volontà del Signore.E i santi sono proprio coloro che si fanno condurre dalla mano paterna di Dio con la disponibilità del cuore, l'incondizionata fiducia in Lui e l'impegno a fare sempre la sua volontà.Nel prefazio della Solennità di tutti i Santi noi ringraziamo il Signore per averci dato i santi come "modelli di vita".Ma per poter imitare i santi bisogna conoscerli. Perciò un grazie sincero va al Prof. Vincenzo Robles che con questa biografia di Suor Serafina - Madre Serafina Micheli e le Suore degli Angeli - ricca di avvenimenti storici e scorrevole nello stile, ci permette di seguire passo passo lo snodarsi della vita della fondatrice delle Suore degli Angeli dalla nascita, nel lontano Trentino, fino alla morte nel verde Sannio dopo essere stata a servizio dei più poveri e dei più umili.Sia questa figura eccezionale di donna veramente un modello per tante anime desiderose di praticare radicalmente la legge dell'amore, cuore del messaggio evangelico, e soprattutto le Suore degli Angeli ritrovino, nella vita della loro fondatrice, nuovo slancio per entrare nel terzo millennio vivendo radicalmente il carisma di Suor Maria Serafina del Sacro Cuore.Michele De RosaVescovo di Cerreto Sannita - Telese -Sant'Agata de' Goti Cerreto Sannita, 23 maggio 1999Solennità di Pentecoste



INTRODUZIONE


Quando l'uomo è affascinato dal racconto di una vita straordinaria, spontaneamente parla di santità e altrettanto naturalmente accetta di quel racconto aspetti strepitosi, eventi miracolosi. Il concetto che si ha della santità agisce allora come giustificazione del meraviglioso e finisce con il fornire quasi uno schema di narrazione.
Si è così formato, nella secolare esperienza delle comunità cristiane, quasi uno stereotipo di narrazione della biografia di uomini e donne che hanno condotto una vita straordinaria, stereotipo che lascia accogliere con estrema naturalezza episodi eccezionali e fuori dal consueto svolgimento di una normale vita umana.
Una tale prassi narrativa ha nuociuto, spesso, al concetto stesso di santità.
In realtà non esiste una dimensione unica della santità, come non esiste uno sviluppo unico della santità. La biografia di un santo quindi, e non agiografia, dovrebbe analizzare e raccontare la vita e le scelte compiute dal protagonista senza quel "di più" dettato spesso dalla devozione e aggiunto anche per motivi di gratitudine e, soprattutto, senza obbedire ad alcuno stereotipo.
E' compito del biografo studiare e analizzare la vicenda umana e quindi storica del protagonista senza accreditare "naturalmente" eventi miracolosi ed episodi del tutto straordinari.
Questo non significa ritenere sempre e comunque narrabile la vicenda umana di qualsiasi personaggio. Il biografo non può nella sua narrazione omettere l'inspiegabile che spesso irrompe nella vita di un santo caratterizzandola. Il biografo di un santo non può tralasciare di evidenziare la presenza, nella umana vicenda del protagonista, di una dimensione spirituale, l'esistenza cioè di un mistico colloquio di quell'uomo con Dio. Tale colloquio però non è percepibile dalle indagini storiche, ed è ancor meno descrivibile anche se risulta poi senz'altro efficiente nella umana esperienza di quel protagonista. Esperienza che, senza il riferimento a quel colloquio, sarebbe difficilmente comprensibile e ancor meno spiegabile.
Questo, spesso, è uno dei motivi per cui il biografo di un santo termina la sua indagine e il suo racconto senza potersi ritenere del tutto soddisfatto del suo lavoro. Rimane sempre un tratto di vita che non si lascia trasmettere con linguaggio verbale. Qualsiasi storico ha paura di quegli episodi inenarrabili perché rappresentano la negazione della sua stessa professione che si basa sul narrare i fatti, spiegare i fatti. Raccontare la santità è, allora, la capacità di tradurre in fatti degli incontri, vuol dire raccontare l'incontro di un'anima con Dio, raccontare cioè quella particolare esperienza che quando viene vissuta rende tutto il resto della vita relativo, compresa la stessa storia.
Accettare tutto questo però non significa destoricizzare un'esperienza, ma cogliere nel soggetto-santo quell'essenziale che ha reso poi contingente lo stesso quotidiano. Il racconto della santità spesso mette a dura prova il compito dello storico perché lo costringe a rivedere i valori della sua professione. Spesso il primato del reale viene sacrificato da un impercettibile essenziale in quanto la santità non è mai prigioniera del contingente. La santità però è storica perché non è indifferente al quotidiano. L'assoluto per un santo diventa Dio considerato nella sua essenza di amore: questo andrebbe colto nella biografia di un santo, e non è assolutamente semplice.
C'è nella Bibbia un'espressione che potrebbe rappresentare una buona definizione della santità, ma che non risponde ai più elementari canoni storiografici. Nel Libro di Giobbe troviamo questa espressione rivolta dal protagonista a Dio: "Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono (42,5)". Quell'espressione esprime bene il passaggio da una fede-cultura, da una fede tradizionale ( "ti conoscevo per sentito dire"), ad una fede-esperienziale ("ora i miei occhi ti vedono"). Ma è proprio quel vedere con i propri occhi Dio che non è descrivibile dalla storia! La storia coglie bene e descrive il "sentito dire", a differenza della mistica che comprende quella visione personale di Dio. La santità potremmo definirla come l'inizio di questo vedere Dio con i propri occhi.
La santità inoltre non segue la logica degli uomini né segue sempre le ragioni della storia, per questo la vita di un santo, alla fine, non smette di creare stupore e meraviglia. Clotilde Micheli non sarebbe partita da Trento alla volta di Napoli se non avesse seguito motivazioni che sono al di fuori di una logica umana. Don Loss riporta un'espressione piena di stupore, anche se suggerita da una sincera ammirazione, usata da un parente della Micheli il quale, conosciuta la destinazione scelta dalla sua Clotilde, esclamò: "fin giù per l'Italia!"1.
Forse anche per questa inattesa e lontana destinazione, la maggior parte di coloro che si sono interessati alla vita della Micheli hanno evidenziato nella sua storia vocazionale l'aspetto di viaggio, di cammino.
Mons. Ambrosanio ha parlato di "un pellegrinaggio alla ricerca della volontà di Dio" e ha definito la Madre Serafina "pellegrina della Trinità"2. Valentino del Mazza ha parlato di "un cammino di amore per l'umanità"3 e don Loss ha definito la Madre Micheli "La pellegrina di Dio"4 . Ma ancora più significativa la testimonianza rilasciata da suor Aminta la quale spiegava "questo peregrinare da un punto all'altro dell'Italia" con "una ricerca attenta e scrupolosa di conoscere e di seguire la volontà di Dio" 5 . Sono espressioni che cercano di coniugare insieme il dato storico, incontrovertibile, il viaggio e la permanenza in un territorio sperduto del Sud, con l'inspiegabile sua ragione. Sono espressioni che armonizzano le ragioni della storia con le ragioni dello spirito. E' quanto cercherà di fare la presente biografia!



PREMESSA


Il 24 marzo del 1911 moriva a Faicchio, piccolo centro della provincia di Benevento, suor Maria Serafina del Sacro Cuore. La morte di quella suora non superò i confini della propria famiglia religiosa, né di quei paesi che erano stati beneficiati dalla sua presenza e da quella delle sue suore. Non fu un decesso tragicamente vissuto da una intera nazione che si accorge di aver, all'improvviso, perduto un capo politico, una mente creativa, uno di quei "grandi" che fanno la storia. Né il decesso sembrava aver creato un vuoto di affetto che si ritiene immediatamente incolmabile e che solo faticosamente riesce poi ad essere assorbito da una esistenza che continua ad esigere, dai sopravvissuti, il legame con il tempo e con gli eventi che continuano a susseguirsi. Sembrava essere il decesso di uno dei tanti "piccoli" protagonisti che il tempo pian piano poi lascia scomparire dalla memoria degli uomini.
Ma il tempo non ha avuto ragione della morte di Suor Maria Serafina. L'amore filiale delle sue suore e la gratitudine dei tanti che hanno trovato aiuto presso le sue istituzioni ne hanno mantenuto vivo il ricordo.
Oggi quella gratitudine così profonda e così sicura non teme di misurarsi con una riflessione storica che ha l'obiettivo di esaminare le vicende di questa suora fuori da ogni condizionamento affettivo. Al contrario, quella gratitudine, attraverso la stessa ricostruzione storica delle vicende umane e spirituali della Micheli, intende essere estesa all'intera chiesa cattolica mediante l'inserimento di questa singolare esperienza nelle pagine stesse della sua storia. In questo modo suor Serafina diventa una delle tante suore silenziose testimoni di una fede capace di operare nonostante avvenimenti politici e legislazioni civili diffidenti della religione e della chiesa. Suor Maria Serafina ha continuato, in anni difficili per la storia della chiesa italiana, a testimoniare il Vangelo mettendosi a servizio degli italiani e di quelli più emarginati del Mezzogiorno.6
La storia della chiesa italiana, tra la fine dell'800 e i primi decenni del '900, si è sviluppata non solo lungo le coordinate della Questione romana, ma anche lungo una ricca ed articolata presenza della chiesa nella società. Suor Maria Serafina è stata una delle tante testimoni di questa presenza che è stata poi continuata dalla sua Congregazione femminile istituita il 28 giugno del 1891. La storia di Suor Serafina dimostra quindi che quel dialogo che mancò tra i vertici dello Stato e i vertici della Chiesa, non venne mai meno tra le tante periferiche istituzioni religiose e i semplici cittadini. Quella Chiesa combattuta nelle sedi diplomatiche e nei circoli massonici e politici, veniva invece invocata e difesa nei piccoli centri delle provincie italiane grazie all'opera che andavano svolgendo uomini e donne consacrate e dai nomi non sempre ricordati nelle pagine della stessa storia della Chiesa.
Suor Serafina, vissuta negli anni del Non-expedit e della Questione romana, agì nonostante le pubbliche polemiche e fu libera nella sua azione da ogni spirito di rivincita clericale.. Una suora semplice, una suora priva di quelle caratteristiche presenzialiste che fanno di un cittadino un sicuro protagonista della cronaca e della storia. Eppure la sera del 24 marzo del 1911 tutti piansero la morte di quella suora che contava 61 anni e che, nel 1899, dopo un lungo percorso, era giunta a Faicchio e aveva fatto rivivere, esattamente dopo un secolo di abbandono e di rovina, un convento già diroccato offrendo a quella povera gente un asilo infantile e una scuola di lavori femminili. Questo significa che il protagonismo non appartiene solo a chi riempie le pagine dei giornali e i libri di storia e che la stessa storia della Chiesa non può essere limitata alla storia del Papato o alla storia della diplomazia vaticana. C'è una storia nascosta, che molto felicemente lo storico francese Delumeau ha definito "storia vissuta del popolo cristiano", e che ha contribuito notevolmente a far vivere la chiesa in anni difficili. Ecco perché oggi la storia fa propria la vita e le vicende di questa suora già considerata impareggiabile dalle sue suore e da chi conobbe i benefici delle sue istituzioni.
La riconoscenza popolare può far grande un benefattore e una Congregazione religiosa può mantenere e accrescere la grandezza della propria fondatrice, ma la storia dona valori universali ai suoi protagonisti perché essa si muove lontana da qualsiasi suggerimento celebrativo e corporativo.
Chi è stata veramente Suor Maria Serafina del Sacro Cuore? E' quanto si propone questa biografia che intende inserire la storia di un'anima nella storia della Chiesa e della società civile.
1. I primi diciotto anni della vita di suor Maria Serafina sono completamente immersi nella storia della sua famiglia e del suo villaggio. Una storia che si sviluppa fuori dai soliti moduli narrativi e che impegna in una ricerca articolata e complessa.
Il paese natale fu Imèr, della provincia di Trento, la data di nascita 1849, quindi prima dell'unità d'Italia e comunque molto prima che il Trentino fosse regione italiana. All'anagrafe suor Maria Serafina fu Clotilde Micheli figlia di Domenico e di Maria Orsingher.
Questi primi ed essenziali elementi anagrafici suggeriscono subito alcune considerazioni sulla formazione culturale e religiosa ricevuta dalla Micheli.
Imèr era un villaggio della valle di Primiero facente parte dell'impero austriaco. Erano quelli gli anni della Restaurazione, in Europa, delle antiche case regnanti, gli anni della rivincita sulle idee rivoluzionarie, gli anni caratterizzati anche da un risveglio religioso che vedeva però la Chiesa sottomessa agli obiettivi dello Stato laico. Nell'anno di nascita di Clotilde, l'imperatore Francesco Giuseppe concedeva la Costituzione al suo impero e con essa una sufficiente libertà organizzativa alla Chiesa alla quale affidava anche il compito di impartire l'insegnamento scolastico anche se sotto il vigile controllo dello Stato . La religione al servizio della politica avrebbe dovuto fornire all'intera società la giusta scala dei valori morali e sociali. La popolazione viveva in modo del tutto naturale questo rapporto fra lo Stato e la Chiesa e non si poneva problemi di eventuali reciproche strumentalizzazioni. Il villaggio stesso unificava in modo sorprendente gli interessi dello Stato e gli obiettivi della Chiesa. Il villaggio formava contemporaneamente il cittadino e il credente.
Così il Gambasin descrive questa unità di intenti:
"Villaggio-centro urbano e tempio sacro è un binomio inconfondibile di un paesaggio e di una identità culturale, che i contrasti irrisolvibili di natura etnica, economica e di costume, non riescono a spezzare. In una terra parcellizzata in una miriade di spazi fra loro differenti, la religione cattolica da secoli svolge una funzione di unificazione di un volgo disperso e senza nome."7
E' chiaro il riconoscimento dato alla chiesa come indispensabile forza di coesione etnica e di controllo sociale.
Se il ruolo della Chiesa risultava egemone, quello del parroco rimaneva fondamentale. Egli, soprattutto nei villaggi e nei piccoli ed isolati centri alpini, organizzava il tempo religioso e il tempo laico dell'intera comunità. Il suo compito non si limitava ad amministrare i sacramenti e ad assicurare una intensa attività devozionale, ma si rivolgeva a dirimere questioni familiari, ad aiutare i bisognosi, a consigliare i dubbiosi. Erano anche questi i requisiti pastorali che ogni vescovo si augurava di trovare nel proprio clero durante le minuziose Visite pastorali. Don Pietro Bettega, infatti, che aveva accettato di cooperare, nel 1864, con don Stefano Zanoni, curato di Imèr, interrogato in Santa Visita sul curato di Mezzano, riferiva che costui trascurava di "comporre certe questioni che talvolta nascono in famiglia"8. Ogni buon curato, quindi, doveva agire da paciere, da ministro del culto, da educatore. E il vescovo chiedeva conto di queste funzioni e invitava sempre ogni Decano a sorvegliare su tali requisiti e soprattutto sul ruolo educatore del clero. Mons. Riccabona ricordava che bisognava "all'atto della Visita delle scuole distrettuali esaminare i registri canonicali di ogni stazione"9. Queste funzioni del clero rendevano poi naturale la centralità della Chiesa e l'autorità del curato in ogni centro abitato.
Parte da questa naturale armonia tra il sacro e il profano l'esperienza umana di Clotilde Micheli.





Clotilde nacque l'11 settembre 1849. Questo il suo Atto di nascita e di Battesimo: "Micheli Clotilde, figlia di Domenico del fu Giovanni e della vivente Cristina Orsingher, e di Maria dei furono Pietro Orsingher e Bartolomea Gobber, è nata a Imèr l'11 settembre 1849 e ivi battezzata il 12 settembre 1849 da P. Facchini, Vicario Curiaziale essendo Padrini Romagna Battista e Caterina Orsingher, villici"10. Il padre, Micheli11 Giovanni Domenico, dal primo matrimonio con Romagna Maria Giacobba, ebbe cinque figli12. Rimasto vedovo, sposò in seconde nozze, nell'aprile 1847, Orsingher Anna Maria Domenica dalla quale ebbe dodici figli. Clotilde fu la terzogenita, ma rimase la prima per la morte dei primi due gemelli13.
Una famiglia numerosa, come tante altre della zona, una famiglia religiosa, una famiglia non eccezionale, la quale vivrà i disagi, anche economici, di quegli anni conservando però una fede intatta.
Non conosciamo con precisione documentaria le vicende di questa famiglia la quale è rimasta, nelle memorie dei figli e degli amici di questi, una famiglia straordinaria. Certamente essa ha saputo coltivare le virtù di Clotilde e questa ha saputo attingere a piene mani gli esempi che venivano dal padre e dalla madre.
Ci sono delle esperienze che si sviluppano "nonostante" l'ambiente, ci sono viceversa delle esperienze che si sviluppano "grazie" all'ambiente. L'esperienza di vita della Micheli si sviluppa grazie all'ambiente. Tutti coloro che hanno scritto una biografia della Micheli o che hanno lasciato testimonianze sulla sua vita hanno sempre evidenziato, nel loro racconto, la santità della famiglia. Per testimonianza della sorella Fortunata, diventata poi Suor Maria degli Angeli, "la mamma era un modello di tutte le virtù"14 , era "un'anima di preghiera", era "guida e maestra incomparabile di tutta la sua vita"15. Le virtù di quella donna non rappresentavano un beneficio per la sola famiglia ma anche per l'intero paese: "..il paese era benedetto da Dio per la preghiera e le virtù di Maria Orsingher"16. Anche il padre "era giusto e buono nel disbrigo dei suoi affari..."17.
Leggendo quelle testimonianze si avverte come la santità di Madre Serafina sia naturale frutto della santità familiare. La vita di Madre Serafina sembra essere un inno alla chiesa domestica, alla famiglia che crea la prima comunità di vita e di fede, che rende poi le chiese delle autentiche comunità.
Non sono soltanto aneddoti edificanti quelli che ci riportano l'immagine della famiglia Micheli che al mattino recitava le preghiere e la sera si riuniva per la recita del Rosario. Non è di scarso conto quel particolare della mamma che alimentava la lampada ad olio posta accanto al Tabernacolo della Chiesa, preparava le ostie per la celebrazione della Messa, lavava il pavimento stesso della chiesa. Questa familiarità con il luogo sacro consentiva poi di considerare la chiesa non solo come luogo deputato al culto, ma la casa delle case, la casa comune delle famiglie del villaggio. Questi episodi apparentemente insignificanti ci suggeriscono poi un aspetto del tutto particolare della santità, ci fanno cogliere, cioè, quel misterioso intreccio di esperienze sociali e familiari che esplode poi in quelle che sono considerate scelte eroiche. La santità allora ci appare più naturale e soprattutto non riguarda esclusivamente l'individuo, un santo non è un fiore nel deserto, non è "un'isola". Ogni santità appare sempre più come una punta di iceberg, una maestosa punta di ghiaccio trasportata da una immensa e silenziosa massa che non affiora e che sostiene, alimenta e lascia brillare e ammirare quella sola punta. Ogni santo è quindi debitore a molte santità nascoste e ignorate. E' questo il concetto racchiuso nell'espressione Chiesa dei santi: ogni santo è sostenuto da una comunità di santi.




La santità quindi di Madre Serafina è sostenuta da una coralità di santi. E' strepitoso constatare come le notizie biografiche raccolte da Suor Natività introducono la figura di madre Serafina parlando soprattutto della famiglia e non solo delle virtù personali dei singoli membri. C'è in tutto il racconto della Tabacchi non il protagonismo individuale di Clotilde, ma un protagonismo corale che non lascia alcun membro della famiglia Micheli in ombra. Tutti svolgono un ruolo centrale, tutti armoniosamente compongono una famiglia straordinaria. E si tratta di una famiglia aperta, di una famiglia che viveva semplicemente la propria fede.
Naturale e significativo quell'episodio che ci presenta Clotilde mandata in chiesa con i fratelli per chiedere un intervento divino a favore della madre partoriente e che trascorrono tutto il tempo come se fossero a casa propria18.
Ma forse l'episodio che più di ogni altro ci convince che la santità di Madre Serafina è una santità non solo individuale, ma familiare, è il racconto di quelle apparizioni che chiedevano l'istituzione di una nuova Congregazione religiosa. Anche in questa storia la destinataria del messaggio sembra essere la famiglia più che la stessa e sola Clotilde. Interessante quel quadro di vita familiare che ci lascia intravedere nel suo racconto la Tabacchi e che ritrae Fortunata, Clotilde e la mamma discutere sulle visioni e prendere poi insieme la decisione di "andare a compiere l'opera voluta da Dio, là dove il Signore l'avrebbe destinata"19. Ed è altrettanto strepitoso cogliere il ruolo della madre di Clotilde nell'avviare fuori dalla famiglia e dalla stessa Imèr sua figlia alla scoperta della sua vocazione. La madre si rivolse a Costanza Piazza "gentildonna molto pia" e "confidente e consigliera anche del padre"20 per ricevere consigli e per affidare la stessa Clotilde nelle mani di chi aveva conoscenze e amicizie anche fuori del villaggio.
Sono questi particolari a rivelarci poi la ricchezza della famiglia Micheli che naturalmente si apriva alle amicizie, al villaggio, alla religiosità del villaggio. La profonda armonia familiare era così sostenuta e ampliata dalla grande famiglia del villaggio.



La stessa religiosità era influenzata da questa grande e naturale unità e presentava, di conseguenza, i caratteri popolari perché propria dell'intera popolazione del villaggio, dove la campana della chiesa ritmava il tempo del lavoro e il tempo della preghiera, inviava messaggi civili e messaggi liturgici e lo stesso edificio curiaziale rappresentava il centro civile e religioso per l'intera popolazione. Nessuna meraviglia quindi se la chiesa del villaggio fosse poi sostenuta con l'aiuto spontaneo e generoso dei fedeli che completavano o sostituivano la "liberalità del sovrano". Così il vescovo descriveva questo clima di grande familiarità che si creava tra i popolani e la chiesa: "In tutta la diocesi si contano 35 decanati foranei e 42 parrocchie, oltre altre moltissime chiese soggette alla parrocchie: queste hanno tutte i loro propri beni e vengono all'opportunità di molto soccorse dalla pietà dei fedeli che fanno quasi a gara di fornirle di sacri arredi, e se vi è qualche parrocchia più scarsa il Governo concorre con liberalità singolare"21.
La descrizione ci lascia immaginare queste vallate dominate dai campanili delle chiese attorno alle quali sorgeva il villaggio quasi per una reciproca esigenza e una reciproca difesa. In questo profondo legame si sviluppavano i compiti civili del clero e i compiti liturgici e, talvolta, pastorali della gente semplice. Questa era Imèr e in questa realtà viveva la famiglia Micheli.
Così la Sironi sintetizza questa realtà:
"La chiesa e i boschi costituivano una sorta di patrimonio della collettività...In queste comunità montane, soprattutto nei piccoli centri, il ruolo del parroco assolveva ad una funzione fondamentale che non si limitava all'amministrazione dei sacramenti, alla catechesi, alle opere di carità, ma organizzava il vissuto religioso e sociale dell'intera comunità. Essi proponevano una pietà intessuta di rosari, adorazioni eucaristiche, novene, Via crucis, preghiere itineranti, pellegrinaggi, che ritmavano lo scorrere del tempo della vita dei fedeli e con pari energia raccoglievano la popolazione in una molteplicità di unioni, diversificate secondo l'età, il sesso, le professioni, che costituivano un universo organizzato di riferimenti religiosi...Le pratiche di pietà della Micheli affondavano le loro raici in questo universo religioso delle montagne trentine" 22.
Questo universo religioso emerge con ricchezza di particolari dai verbali degli Atti di Visita pastorale e dalle stesse Relazioni quinquennali che i vescovi inviavano a Roma. Tali documenti consentono di ricostruire ambienti e consuetudini che rendono comprensibile la vicenda di Clotilde.
Non aveva ancora compiuto quindici anni la giovane Clotilde quando, il 16 agosto del 1864, mons. Benedetto Riccabona, arcivescovo di Trento, visitò i villaggi della valle di Primiero. Certamente anche lei con l'intera sua famiglia collaborò a creare un'atmosfera di gioiosa esultanza che tanto favorevolmente impressionò l'arcivescovo. Così il Riccabona ricorderà quell'accoglienza così festosa e familiare:
"L'universale esultanza con cui fummo accolti in quell'incontro da ogni ordine di persone, i contrassegni di amorevolezza e di venerazione verso l'episcopale nostro carattere, la pietà e la tranquillità di codesti popoli ci hanno oltre ogni credere, non solo incoraggiati, ma commossi ed inteneriti sino alle lagrime di giubilo e di riconoscenza"23.
E la chiesa di Imèr certamente si preparò all'incontro con il proprio arcivescovo con la corale partecipazione di tutti gli abitanti, compresa la famiglia Micheli. La visita di un vescovo, anzi la visita di "Sua Altezza il nostro Principe Vescovo di Trento" non poteva non suscitare entusiasmo e anche se i sentimenti espressi in quell'evento straordinario potevano essere ampliati da un'inconsueta e forte emozione, essi non risultavano del tutto occasionali. Le virtù di "pietà e tranquillità" ricordati dal vescovo non rappresentavano semplici luoghi comuni di un documento che riepilogava e pubblicizzava una visita pastorale. Quel vescovo aveva colto l'armonia esistente nei villaggi, ne elogiava i frutti, ma ne intravedeva e temeva la fine. Di quella visita i registri di Curia conservano la seguente relazione per Imèr:
"Comparve il Sig. Curato d'Imèr Don Stefano Zanoni. Gli venne raccomandato molto giudizio colla sua economa Teodora (non sa il cognome) da Dambel mandatagli da suo padre. Le messe legatorie vengono adempiute, e sono adesso in sufficiente ordine. La chiesa è piuttosto mancante di camici, e verranno provveduti 4 nuovi adesso. In mancanza di cappellano la gente va a messa prima a Mezzano. Le rendite del beneficio Piazza vengono fin'adesso sempre incassate dal Comune. Pregò per un cooperatore e dichiarò d'accettare volentieri Don Bettega, il quale potrà fare il catechismo in paese, assumendosi lui la scuola più lontana dei Masi. La popolazione è buona, senza scandali pubblici. La scuola anche soddisfacente. I registri si tengono con ordine"24.
Una chiesa povera, una popolazione molto zelante, un territorio, il decanato di Primiero, dove il vescovo aveva potuto apprezzare "la sincera concordia che regna tra i sacerdoti", e si era complimentato "per il loro buon contegno ecclesiastico, per la loro premura nel compiere i loro doveri, per il loro costante attaccamento alla S.Sede, e per la loro alienazione da serpeggianti partiti politici"25. Quegli elementi erano sicura garanzia perché la chiesa potesse continuare a svolgere i propri compiti ed erano motivo di conforto per una diocesi difficile da governare per la presenza di "diversità di nazione, di costumi, d'indole e di lingua"26. La parte italiana della diocesi offriva quelle spontanee testimonianze di affetto, ma non mancava di procurare preoccupazioni per il rischio, sempre più concreto, che pian piano si affievolisse e poi svanisse del tutto quell'armonia esistente tra la chiesa e l'intero villaggio, tra la crescita del cittadino e la crescita del credente.
Già nella sua Relazione del 1837, mons. Nepomuceno evidenziava che "quello che rende assai penoso il governo episcopale è l'immensa estensione del territorio diocesano per monti alpestri sulla cima dei quali si trovano piccolissimi paesi di pochi e poveri abitatori ai quali conviene dare un parroco che per la miseria del luogo non vi può vivere che assai ristrettamente e con qualche dipendenza dai parrocchiani medesimi"27.



La miseria di quei luoghi, la sempre crescente difficoltà ad assicurare una dignitosa permanenza di un parroco fra pochi e poveri abitanti, procuravano delle inattese cadute di secolari difese. Preoccupava il numero sempre crescente di emigranti stagionali che non solo mettevano in crisi l'istituto familiare, abbandonando per molti mesi "molta tenera gioventù", ma mettevano in crisi gli stessi ideali della fede cattolica. Si temeva che il cittadino diventasse sempre meno credente o meglio sempre meno ossequioso verso i principi della morale cristiana. Questo il quadro delineato dall'arcivescovo: "In quanto al popolo, sebbene i vizi si diffondano da per tutto, e la depravazione dei costumi per la circostanza che gli abitanti dei Monti per mancanza del necessario sostentamento, sono costretti ad abbandonare le loro Patrie e famiglie per molti mesi dell'anno onde cercare coll'industria il pane negli esteri Paesi, ed alcuni giungono ancora nelle parti più rimote del mondo, e ritornano pur troppo guasti dagli esempi altrui; pure con tutto ciò generalmente parlando vi è dell'attaccamento per la religione, si frequentano le chiese, i sacramenti ed i divini uffici. Procura, per quanto può, il pio Pastore d'inviare appunto in quei luoghi più remoti, e dove vi è molta tenera gioventù abbandonata per molti mesi dai propri parenti, dei Parroci zelanti ed abili ad istruirla. Ma la gran penuria di tali cure, e le loro situazioni in siti orridi, alpestri, di malagevole accesso, fa sì che non gli riesca di collocarvi sempre quei soggetti che vi sarebbero più capaci di fare del bene"28.
Erano allarmismi non gratuiti né esagerati e che, dopo 25 anni, saranno meglio puntualizzati da don Bettega il quale così presentava il territorio di Primiero:
"Comparve Don Pietro Bettega il quale è disposto di assumersi il posto di cooperale in Imèr, e domandato intorno al curato di mezzano, ebbe a rispondere, che non ha sentito altro fuor che sia trascurato a soddisfare certi piccoli debiti, e a comporre certe questioni che talvolta nascono nelle famiglie. Del resto predica volentieri e fa le funzioni in regola; riesce in particolare nel far la dottrina ai piccoli. Anche egli conferma che gli emigranti ritornando hanno guastato molto la valle col deridere la semplicità della gente e coi loro esempi cattivi e libri cattivi da loro disseminati, dei quali molti però furono abbruciati"29.
Il tempo cambiava antiche abitudini, introduceva una nuova mentalità, la modernità impegnava il pensiero e le risorse della chiesa la quale però, quasi ingenuamente, sperava di poter fermare quei cambiamenti. E appare pieno di tenerezza l'auspicio espresso dal vescovo: "Oh quanto gioverebbe alla morale condotta di codesti paesi il divieto a simili emigrazioni"30. In quell'auspicio è racchiuso tutto il valore della unità chiesa-villaggio che rimaneva l'unico baluardo contro quelle novità che scompaginavano antichi equilibri e vanificavano gli stessi provvedimenti che il Concordato stipulato fra Stato e Chiesa aveva previsto per assicurare un continuo e "paterno" controllo sul cittadino-credente.
La situazione si aggraverà sempre più e nel 1883, il vescovo Giovanni Giacomo Della Bona, pur riconoscendo che i comportamenti del popolo si mantenevano buoni, che ci fosse ancora attaccamento alla fede cattolica e che i sacerdoti erano tenuti in grande considerazione, lamentava le conseguenze sempre più negative dell'emigrazione e il diffondersi di "libri cattivi", che erano poi le pubblicazioni protestanti fra le quali la Bibbia del Diodati. Si trattava della emigrazione stagionale ("hyemali tempore") che portava in Italia, in Francia e in Germania intere famiglie che si procuravano il pane ("victum acquirendum") con la loro attività artigianale e con il piccolo commercio e che poi "ritornavano in patria e portavano princìpi cattivi appresi all'estero"31. E quel vescovo, come il suo predecessore, concludeva: "Certamente, se questo popolo potesse rimanere nelle proprie case e procurarsi il vitto dall'agricoltura, i costumi sarebbero meno corrotti"32.
Quello che per secoli aveva rappresentato la forza del cristianesimo nelle vallate, il naturale e armonico sviluppo del cittadino e del credente, progressivamente e inesorabilmente svaniva perché non più tutelato e protetto dalla impareggiabile istituzione del villaggio-famiglia. La vita religiosa con le sue molteplici pratiche devozionali continuò a scandire il tempo di Imèr, come dell'intera valle di Primiero33, ma le novità introdotte con il ritorno degli emigrati lasciavano sviluppare profondi cambiamenti.



Anche questa profonda trasformazione denunciata dai vescovi è chiaramente presente nelle vicende della famiglia Micheli. Quando il vescovo Della Bona inviava a Roma la sua relazione, 1883, Clotilde era in Germania, inconsapevole e diretto testimone della descrizione presentata dal vescovo. E quell'esperienza da emigrata darà una diversa e più profonda convinzione cristiana a Clotilde la quale, ritornata ad Imèr nel 1885 e trovato un clima diverso da quello che aveva lasciato, s'impegnava a creare nuove forme di associazione che rendessero più convinta la fede delle giovani e meno esposta ai nuovi pericoli. Nell'archivio parrocchiale di Imèr è conservato un prezioso quaderno manoscritto che riporta le "Origini della Pia Unione delle Figlie di Maria d'Imèr". Il quaderno non riporta il nome dell'ispiratrice di quella iniziativa e parla di "una pia giovane" che nel 1885 raccoglieva "intorno a sé altre compagne" e chiedeva a Don Clemente Ferrai, curatore di anime ad Imèr, di poter "istituire anche fra le giovani di Imèr una così inculcata e benefica Congregazione"34. Suor Natività Tabacchi, nei suoi ricordi per una biografia, attribuisce senza ombra di dubbio a Clotilde l'idea e l'attuazione di quella Congregazione: e la data riportata dalla Tabacchi coincide esattamente con quella del quaderno35. Ma diventa perfino relativo l'accettare o meno il diretto e personale interessamento della Micheli alla creazione della Pia Unione. Il fatto che sia stata istituita, e sia stata istituita in quell'anno, testimonia quei cambiamenti in atto nella società e lamentati da mons. Della Bona nel 1883 e testimonia ancora la presenza coraggiosa ed efficace di un gruppo di ragazze che cercava di opporsi alla crescente laicizzazione del villaggio. Forse più importante del nome della fondatrice risulta essere il particolare, accennato dalla Tabacchi, sulla difficoltà incontrata da queste giovani. La Pia Unione, infatti, come è scritto chiaramente sul quaderno-verbale "ebbe da sostenere in quei primi tempi non poche vessazioni ed umiliazioni e l'appartenere alla congregazione era come l'esporsi a molti sarcasmi e derisioni...Il Signore solo sa se Essa sia stata di sostegno al paese, certo si è che pressoché tutte vocazioni religiose femminili sorsero in seno alla congregazione"36.
Quest'ultima testimonianza completa le notizie sulla realtà sociale e religiosa del villaggio di Imèr e la evoluzione compiutasi in mezzo secolo, ed evidenzia altresì lo straordinario inserimento in questo processo della vicenda umana di Clotilde Micheli. La ricerca storica ha potuto così colmare i silenzi sulla sua infanzia e giovinezza.



La vita di Clotilde Micheli ad Imèr è nascosta in questa ampia documentazione
civile ed ecclesiastica, documentazione che risolve molti interrogativi e, in parte, ridimensiona l'espressione di Suor Natività che aveva scritto "Ben poco sappiamo intorno all'infanzia e giovinezza della nostra Clotilde"37.
Le ultime ricerche hanno offerto un quadro abbastanza soddisfacente dell'ambiente sociale e religioso di Imèr nel quale visse la giovane Clotilde. Né risulta giustificabile la motivazione, più spirituale che storica, adotta dalla Tabacchi sul silenzio delle fonti, dovuto ad un umile riserbo38. Quel silenzio più che essere dettato da una precisa volontà di voler nascondere una santità sembra più logico essere stato dettato dalla convinzione, da parte dei protagonisti, della mancanza di straordinarietà nelle loro azioni. E' vero che nel racconto della Tabacchi sono presenti episodi dominati dal soprannaturale, ma anche quegli episodi erano stati poi vissuti in una dimensione di fede che riusciva a rendere naturali situazioni che naturali non erano. Episodi che avevano come protagonisti esseri sovrumani sono stati vissuti senza particolari ansie o apprensioni.
Recuperare allora la dimensione di una vita normale e "comune" non significa rendere tutto comprensibile e narrabile, ma certamente significa rendere la vicenda di Suor Maria Serafina più storicamente vera e, anche, più umana. Tutto questo non per lasciarsi guidare da un esasperato razionalismo, ma per cogliere il vissuto di Clotilde all'interno di una esistenza non sempre facile e alle prese con una vocazione non sempre chiara.


Sono pochi in realtà i particolari della vita personale di Clotilde che ci sono stati trasmessi dalla sorella Fortunata e dalle testimonianze successive, ma quei pochi particolari sono sufficienti a suggerire un profilo adeguato della sua personalità.
Nata, quindi, Clotilde l'11 settembre 1849 fu battezzata il giorno successivo da don Venanzio Facchini, curato di Imèr, essendo madrina Romagna e Caterina Orsingher. A solo tre anni, il 30 luglio del 1852, ricevette la Cresima, nella Chiesa arcipretale di Fiera di Primiero, dal vescovo di Trento mons. Giovanni Nepomuceno39.
Queste due fondamentali tappe dell'iniziazione cristiana sono state raccontate con particolari che si soffermano su aspetti soprannaturali. Si dice40 che durante il rito del Battesimo fu vista svolazzare una colomba sul capo della neonata Clotilde e si dice41 che all'età di tre anni, l'anno in cui ricevette la Cresima, la piccola Clotilde emise il voto di verginità "per uno speciale invito dell'Angelo Custode....senza comprenderlo pienamente"42. Il 24 aprile del 1859 Clotilde ricevette la prima Comunione nella parrocchia di Imèr dalle mani del curato don Nicola Guadagnini e solo allora "comprese il vero significato di quel voto"43.
I primi diciotto anni della sua vita, gli anni della formazione, furono soprattutto gli anni di un silenzioso servizio reso in famiglia e in parrocchia. Trascorsero quegli anni nella realtà del villaggio così ben descritta dai documenti riportati precedentemente. La stessa Tabacchi, nei suoi ricordi, descrive comportamenti propri di una bambina e di una fanciulla del tutto normale, ma aggiunge poi precisazioni che sembrano correggere una eccessiva normalità che sarebbe impropria in una donna destinata alla santità.
Immagine perfettamente reale quella che appare da questa descrizione: "Clotilde, perché era la maggiore, aiutava la madre in tutte le faccende domestiche, cuciva, rassettava, ed era sua cura speciale l'istruire le sorelline e fratellini nelle pratiche di pietà ed in tutto il rimanente..."44. In qualsiasi famiglia di qualsiasi villaggio, in quegli anni, la primogenita svolgeva compiti di sussidiarietà nei confronti della propria madre, compiti che avevano una finalità propedeutica al proprio futuro ruolo di moglie e di madre. Anche Clotilde seguì quella prassi tradizionale che voleva si trasmettesse di madre in figlia quel sapere che doveva essere proprio di ogni donna casalinga. Anche Clotilde, come qualsiasi ragazza "amava comparire ben vestita e ornava con ricercatezza i capelli" e anche Clotilde "per un breve periodo ebbe il fidanzato". Ma questa normalità di vita subisce delle correzioni attraverso l'aggiunta, nel racconto biografico, di provvidenziali ravvedimenti. Allora la ricercatezza nella pettinatura trova correzione in "un cilicio di ferro con punte acute" che Clotilde nascondeva fra i capelli; e il breve periodo di amore per un ragazzo diventa "tentazione di seduzione per il matrimonio" e "pericolo" superato grazie alla Provvidenza45. Sono precisazioni che la tradizione orale, interna alla stessa Congregazione, ha sempre più evidenziato e, in un certo senso, coltivato, ma che non hanno offuscato la normalità dell'esistenza della Micheli.
Clotilde ha frequentato le tre classi elementari e ci saremmo meravigliati se non lo avesse fatto data la sua familiarità con l'ambiente parrocchiale, responsabile dell'istruzione scolastica soprattutto nei villaggi sperduti. L'obbligo scolastico dai 6 ai 12 anni risaliva ad una vecchia Legge del 1774 e solo nel 1869 fu elevato fino ai 14 anni. Era compito del curato sorvegliare sull'insegnamento, e non solo su quello religioso, che veniva impartito nelle scuole pubbliche. Alla parrocchia decanale, infatti, venivano inviate le circolari scolastiche perché il curato fosse garante di tutto l'insegnamento, ed ogni parroco era anche obbligato a relazionare sullo stato delle scuole al proprio vescovo durante la Visita pastorale46. E anche "lo studio assiduo degli scritti dei Padri della Chiesa e della Sacra Scrittura"47 non doveva essere del tutto eccezionale se nelle Visite pastorali i vescovi invitavano il clero ad una lettura e studio della Bibbia.


Forse nei racconti biografici giunti a noi si è omesso di evidenziare come ben presto Clotilde conobbe, nella sua famiglia, la presenza della morte. Aveva sei anni quando, nel 1855, moriva la sorellina Bartolomea di un anno, e aveva 11 anni quando nacque già morto un altro fratellino. Anche quella esperienza, così silenziosa ma così penetrante, contribuì a formare il suo carattere che sarà poi giudicato dalle "maniere dolci e miti" e, contemporaneamente, un "carattere fermo, tenace, energico ed inflessibile"48. Un carattere proprio di chi si vede subito investito di responsabilità, sia pure casalinghe, ma un carattere che rivela una stretta partecipazione alle vicende della famiglia che, a quanto pare da alcuni documenti, non attraversava momenti finanziari tranquilli.
Anche Clotilde, comunque, è stata una bambina e ha giocato, come tutte le bambine, con le bambole, ma le sue riproponevano nel gioco figure e compiti che erano prevalenti nell'esperienza quotidiana di Clotilde. Le sue bambole, cioè, erano vestite da suore o da sacerdoti e svolgevano, nella finzione del gioco, la loro attività nelle scuole e negli ospedali.
Anche questa essenzialità di elementi biografici risulta alla fine essere ugualmente eloquente e non ha bisogno di essere arricchita dall'accettazione acritica di episodi strepitosi e miracolosi. Non si sottrae nulla alla piena comprensione della storia umana di Clotilde se dal racconto biografico si escludono episodi che appartengono alla sfera del miracolo come la moltiplicazione dei pani49, il pianto per aver "gustato delle prugne50 o il suo ritrovamento, ancora in fasce, fra la neve51. Limitare la componente dell'eccezionale e del miracolistico nel racconto della biografia della Micheli, non significa ridurre la storia ad una dimensione illuministica, ma saper cogliere i nascosti significati di quelle esperienze che sono state poi raccontate e tramandate sotto forma di evento eccezionale e di miracolo.
Questo primo periodo allora della vita di Clotilde si potrebbe racchiudere in poche affermazioni. Visse in un ambiente semplice ma unito, in una famiglia molto credente e praticante, in un villaggio che trovava il suo centro di vita sociale, formativo e religioso nella parrocchia, accanto a personaggi dotati di spiccata sensibilità di fede. La sua formazione profondamente cattolica, le sue abitudini esclusivamente religiose, hanno favorito quasi naturalmente la sua scelta di vita.


Questi elementi essenziali, che caratterizzano il primo periodo della vita
trovano il loro naturale epilogo nel racconto delle apparizioni che chiedevano l'istituzione di una nuova Congregazione religiosa. Anche quest'ultimo episodio, l'episodio che determinò la svolta dell'intera vita, è immerso in un racconto pieno di particolari del tutto eccezionali.
Stando al racconto di Fortunata, il primo annuncio divino fu ricevuto da lei stessa il 31 maggio 1867, quando aveva appena 10 anni. Fortunata quindi ebbe il difficile compito di trasmettere a Clotilde questa volontà divina, ed è facile comprendere lo smarrimento della piccola e la difficoltà nell'essere credibile e nel superare le sicure e motivate perplessità della sorella52. Già da questa prima apparizione, comunque, la nuova Congregazione appare delineata abbastanza compiutamente nel nome, nell'abito, nelle finalità, nelle particolari devozioni, nello stesso nome religioso che avrebbe dovuto prendere Fortunata. Solo due mesi dopo, e precisamente il 2 agosto, Clotilde ricevette la sua apparizione e l'invito diretto a fondare il nuovo Istituto che si sarebbe chiamato delle Suore degli Angeli53. E il 4 agosto, dopo giorni di difficile riflessione, quel messaggio divino fu fatto conoscere anche alla madre, la quale, però, più che meravigliarsi svelò di conoscere già tutto per averlo visto in sogno.
Il racconto stupisce il lettore moderno del tutto smaliziato e quasi incredulo di fronte ad una narrazione così piena di visioni e di messaggi divini. All'uomo moderno manca la dimensione spirituale che spesso nel passato ha offerto spiegazioni ad eventi diversamente incomprensibili. Non è facile raccontare la storia di una propria vocazione religiosa, non è facile materializzare in un racconto le ragioni di una propria scelta vocazionale.54 E certamente, passati tanti anni dall'inizio di quella avventura, quando cioè Fortunata e la stessa Clotilde decisero di raccontare l'intero sviluppo delle loro esperienze, rafforzarono la certezza che era soltanto da attribuire alla volontà divina la ragione del loro successo e che, comunque, quella volontà divina andava raccontata.
A ben riflettere il racconto trasmessoci da Fortunata contiene l'idea di un progetto, la storia di una intuizione, che sarà attuata compiutamente solo il 28 giugno 1891, cioè dopo 24 anni da quelle apparizioni. E meraviglia alquanto che l'idea sia stata trasmessa nella sua compiutezza e che nulla sia stato lasciato alla libera iniziativa delle due veggenti, nemmeno il colore e la forgia del nuovo abito religioso! Ma l'intero racconto contiene un dato che non dovrebbe essere sottovalutato: il messaggio divino interessa non un solo componente della famiglia Micheli, ma ben tre. All'origine del progetto vi sono le due sorelle che troveranno poi comprensione e aiuto nella propria madre. La famiglia cioè, come si è avuto modo di evidenziare, risulta essere elemento indispensabile nello sviluppo della storia di Suor Maria Serafina. La sua presenza non si affievolirà mai, soprattutto nelle prime fasi di questa storia, e accompagnerà in vario modo le diverse tappe della sua realizzazione.


Quello che manca nel racconto di Fortunata, a proposito delle visioni e del
turbamento prodotto nelle due sorelle, è un qualsiasi riferimento al parroco di Imèr. Risulta strano come la madre delle due fanciulle in cerca di spiegazioni per quella speciale chiamata abbia pensato ad una sua amica, per quanto saggia e santa, la signora Costanza Piazza,55 e non abbia pensato di chiedere consigli a chi, per proprie specifiche funzioni, avrebbe potuto senz'altro essere più competente.
Da sempre e dovunque il sacerdote è stato riconosciuto come il migliore interprete della volontà divina nella storia di ogni uomo, ed è strano, data la consuetudine con la quale l'intera famiglia Micheli frequentava la parrocchia, come in questo caso il sacerdote non sia stato interpellato. Quelle visioni erano avvenute nella parrocchia di Imèr, ma il parroco di Imèr, don Stefano Zanoni, non diventa, almeno nella ricostruzione fatta da Fortunata, coprotagonista56.
L'assenza di tale figura, in un momento così problematico per l'intera famiglia Micheli, non solo non è credibile ma risulta assurdo. Quelle visioni, quei difficili momenti di pesanti decisioni, anziché rinsaldare i vincoli di profonda familiarità con la parrocchia e con il parroco, rappresentano inaspettatamente una rottura di quella profonda unità. Improvvisamente la famiglia Micheli sembra troncare qualsiasi rapporto con la parrocchia, e non solo con essa ma con lo stesso intero villaggio di Imèr.
Nei ricordi di Fortunata le visioni sono subito strettamente collegate all'idea di viaggio. La madre infatti assicura il suo intervento perché Clotilde possa "andare a compiere l'opera voluta da Dio, là dove il Signore l'avrebbe destinata". Non fu assolutamente presa in considerazione l'eventualità che la volontà di Dio potesse essere attuata ad Imèr o che l'inizio potesse avvenire nello stesso villaggio. Imèr invece scompare subito da questa storia. Rimane protagonista principale Clotilde, ma non è l'unica protagonista; a muoversi con lei nella vicenda sarà l'intera famiglia. Nel giro di 10 anni, dal 1867 -anno delle visioni- al 1877 -anno di partenza per Eppfendorf- da Imèr scomparirà la famiglia Micheli. Questo particolare risulta importante perché evidenzia come i primi tentativi di Clotilde di rispondere alla speciale missione di creare un nuovo istituto religioso coincidono con una progressiva crisi economica della famiglia. Clotilde partirà per conoscere meglio la volontà divina e per attuare i relativi piani, ma anche la sua famiglia partirà da Imèr dopo aver venduto le ultime proprietà che le rimanevano57 e andrà ad aumentare il numero degli emigrati, e non più soltanto stagionali.
Si apre così un nuovo periodo nella vita di Clotilde, un periodo abbastanza movimentato, ma anche abbastanza oscuro sia per la complessità delle esperienze vissute sia per mancanza di una adeguata documentazione. L'unica fonte diretta di notizie sono gli appunti di Fortunata, ma essi sono molto imprecisi cronologicamente e dettati da un sentimento di amore filiale verso i genitori e di ammirazione verso la figura della sorella Clotilde. I diversi personaggi richiamati da Fortunata non sono sempre cronologicamente ben collocati, e il ruolo da essi svolto nei confronti della vocazione di Clotilde non risulta sempre ben descritto e rispondente al vero.




La lunga storia di un dubbio dura ben 20 anni: si apre con il viaggio programmato da Costanza Piazza a Treviso, molto più realisticamente che non a Venezia, nell'ottobre 1867 e si chiude con il viaggio a Roma iniziato il 1 maggio 1887. E' questo il periodo del dubbio, delle perplessità, dell'attesa di una voce più chiara che indicasse la strada da seguire e il progetto da attuare.
Un nuovo personaggio, la signora Costanza Piazza di Imèr, introduce Clotilde in una realtà del tutto diversa da quella vissuta nella piccola e familiare Imèr, ella accompagnerà fuori dal villaggio la diciottenne Clotilde.
La prima meta di quel viaggio quasi certamente fu Treviso e non Venezia, come riportato dalle biografie che hanno interpretato gli appunti di Fortunata.
Il primo personaggio interpellato fu mons. Domenico Agostini che fu parroco della Cattedrale di Treviso dal 1863 al 187158. Impossibile quindi che l'Agostini, secondo il racconto di Fortunata, abbia potuto ricevere Clotilde a Venezia nel 1867. D'altra parte Fortunata nel suo 2° quaderno non parla di Venezia, bensì semplicemente del "Patriarca", titolo che ormai designava, e giustamente, l'Agostini dal 1877. E ancora nel 1° quaderno la stessa Fortunata scrive che la signora Costanza "l'avrebbe accompagnata essa stessa dovendo andare a visitare sua figlia a Venezia", non dice quindi che avrebbe accompagnata Clotilde a Venezia. Si può allora senz'altro logicamente ritenere che la signora Piazza, durante un suo viaggio a Venezia, abbia fatto tappa a Treviso, abbia accompagnato Clotilde da don Agostini e sia ripartita alla volta di Venezia per trovare sua figlia. L'ipotesi è ancora suffragata da un particolare non secondario e cioè Clotilde, durante i 40 giorni di permanenza presso l'Agostini, fu ospitata da "una pia persona devota che abitava non tanto lontana da Lui". Se si fosse trattato di Venezia, dove abitava la figlia della signora Piazza, perché Clotilde non sarebbe stata ospite di quella famiglia? Ma ancora nel 1° quaderno Fortunata scrive :"Compiuti i 40 giorni la signora Costanza Piazza si recò di bel nuovo dal Patriarca e lo pregò di manifestare ai genitori di Clotilde che quei doni da essa ricevuti venivano da Dio e che la lasciassero libera di lavorare per intraprendere l'opera secondo i divini e meravigliosi disegni".
La signora Piazza, quindi, che desiderava portare a termine l'impegno assunto con i genitori di Clotilde, dopo essersi fermata con la figlia a Venezia, "ritornò" dall'Agostini, a Treviso, per conoscere l'esito di quel periodo di prova. Il giudizio del parroco fu del tutto positivo ma non convinse la stessa Clotilde che, anzi, temette di aver ingannato con il suo racconto l'Agostini. La signora Piazza, allora, dovette trovare una nuova soluzione e consigliò di consultare, a Padova, un altro pio sacerdote. Su questo viaggio i due quaderni di Fortunata coincidono: "Clotilde partì subito per Padova, ma sola..."59.


Questo primo esame della sua vocazione, pur superato bene, rilevò in Clotilde
una paralizzante indecisione. L'incontro con don Agostini, fuori dalla sua Imèr, fra gente sconosciuta e in un ambiente non familiare, anche se accogliente, mentre garantiva la veridicità della chiamata ricevuta, gettava Clotilde in uno stato di timore panico. Clotilde strappò le lettere "di raccomandazione e di lode" scritte da don Agostini e si ritenne non idonea a svolgere il mandato ricevuto durante la visione. Ma, anche dietro consiglio della signora Piazza, non rifiutò un ulteriore tentativo di poter conoscere chiaramente la sua chiamata. Partì quindi per Padova, alla fine di quello stesso anno 1867, e si rivolse a don Angelo Piacentini60 il quale l'accolse in casa sua dove viveva con una sorella. Anche il Piacentini espresse un giudizio positivo sul racconto di Clotilde, sui naturali dubbi e perplessità.
Ma le testimonianze su questo periodo padovano, pur scarse e contraddittorie, suggeriscono alcune ipotesi interpretative del tutto nuove. Si ha la sensazione che oltre alla difficoltà di Clotilde di interpretare quella visione ricevuta e di conoscere con chiarezza il suo compito, si aggiungeva una sempre più evidente difficoltà economica della famiglia. E le due difficoltà rendevano ancora più complessa e difficile la decisione di Clotilde. Mancava quella serenità che potesse facilitare qualsiasi decisione.
La lunga esperienza del Piacentini nel dirigere le anime attraverso il confessionale, riuscì a cogliere senz'altro questo stato di tensione in Clotilde e il sensibile sacerdote intervenne non suggerendo un distacco drastico dalla famiglia e un disinteresse per i problemi che essa stava vivendo. Ritenne, invece, assolutamente urgente offrire qualche aiuto perché la stessa Clotilde potesse rendersi utile alla famiglia. La serenità, Clotilde, non l'avrebbe potuta raggiungere dimenticando la sua famiglia e i relativi problemi. La sensibilità del Piacentini intuì quindi subito il profondo legame di Clotilde con la famiglia e, secondo quanto scrive Fortunata, chiese subito l'intervento della signora Piazza perché "andasse subito ad Imèr a dire ai genitori di Clotilde tutto l'accaduto e del come si mettevano le cose, per farli tranquilli e che il papà della Clotilde si recasse quanto prima a Padova conducendo seco la sorella di Clotilde a nome Fortunata acciocché poi rimanesse con Clotilde a Padova per tenerle compagnia ed esserle d'aiuto per la fondazione".
Il racconto, per quanto ermetico, contiene alcuni particolari illuminanti sull'intera vicenda. Il pressante invito rivolto a Fortunata, perché fosse d'aiuto alla sorella Clotilde, può avere una duplice spiegazione. Fortunata, come prima destinataria del progetto divino, avrebbe potuto offrire chiarimenti sulla visione e sostegno nell'esecuzione di quel mandato, anche perché lei non era estranea al progetto avendo ricevuto già il nuovo nome da religiosa. La sua presenza quindi avrebbe offerto maggiore serenità alla sorella. Non va dimenticato, comunque, che Fortunata aveva appena dieci anni e se è plausibile accettare l'idea che potesse tenere compagnia alla sorella, diventa più difficile immaginare come, a quell'età, avesse potuto "essere d'aiuto" per la fondazione.
Ci sarebbe una seconda interpretazione di quel racconto e cioè la chiamata di Fortunata a Padova diventava un tangibile atto di aiuto alla famiglia ormai in cattive situazioni economiche. In realtà accadde che nel giro di pochi mesi la famiglia Micheli riusciva a trovare una sistemazione per due figlie, per Clotilde e per Fortunata. Quell'aiuto avrebbe reso tranquilla Clotilde e l'avrebbe agevolata nelle sue decisioni. Questa ipotesi sarebbe suffragata da un'espressione che Fortunata, nei suoi appunti, attribuisce ai genitori dopo che costoro furono aggiornati dal messaggio portato dalla signora Costanza: "Essi grati grati al Signore e ai benefattori ed alla signora Costanza per tanti insigni favori ricevuti...". Una gratitudine quindi non solo per la completa disponibilità della signora Costanza, per le premurose cure che don Agostini e don Piacentini avevano riservato alla loro figlia, ma una gratitudine rivolta soprattutto a dei veri e nascosti benefattori.
Questa interpretazione legherebbe ancora di più la vicenda di Clotilde alla storia della sua famiglia e spiegherebbe le sue indecisioni e perplessità anche con le preoccupazioni familiari. L'intero racconto trasmessoci sia da Fortunata sia da Suor Natività è così pieno di accenni fugaci e di allusioni da lasciare la convinzione che gli autori abbiano voluto sorvolare su alcuni particolari episodi della famiglia che finirono poi con l'avere delle conseguenze sull'itinerario vocazionale di Clotilde. La premura e la generosità del Piacentini diventano eccezionali e senza una comprensibile motivazione. Non appena Domenico Micheli "consegnò nelle sue mani le due figliole" mons. Piacentini, secondo la testimonianza di Fortunata, "offrì subito il suo palazzo che si prestava molto per monastero alla Clotilde". Il Piacentini era rimasto commosso dal racconto-confessione di Clotilde e, ancor di più, da quell'atto del padre della ragazza che con grande fiducia gli consegnava due sue figlie?
Ma all'interno di questo episodio padovano s'inserisce un breve e misterioso viaggio, di Clotilde e Fortunata, inviate dallo stesso Piacentini a Praglia nel 1870. In questo piccolo centro viveva una ricca vedova, senza prole, e proprietaria "di un grande stabilimento balneare". Anche in questo caso la generosità della signora lascia stupito il lettore. Questa anziana signora "non appena letta la lettera data da Clotilde e dopo aver a lungo con essa conferito, si sentì tale una venerazione ed affetto per Clotilde che subito voleva donarle lo stabilimento con tutti i suoi averi, col patto che Clotilde doveva assisterla fino agli ultimi estremi". Clotilde rifiutò, ma non conosciamo alcun particolare della lettera scritta dal Piacentini, del motivo di questo viaggio a Praglia, di chi fosse quella ricca vedova e quanto tempo le due sorelle rimasero a Praglia. Fortunata, tra l'altro, nel suo racconto, situa la morte del Piacentini nel 1871, cinque anni prima di quanto non sia effettivamente avvenuta. Probabilmente in quell'anno si sarà concluso il periodo di residenza a Padova, anche se non era iniziata ancora l'altra terribile esperienza che Clotilde vivrà a Castellavazzo presso la signorina Giulia Andrich61. Risulta comunque difficile ritenere che le due sorelle siano rimaste a Padova fino al 1871. E' vero, invece, che il periodo fu caratterizzato da una abbondante e inaspettata offerta di eredità, causa peraltro di ulteriore disorientamento nella giovane ventenne Clotilde.
Rimane altrettanto certa la silenziosa e improvvisa scomparsa dal racconto della vita di Clotilde di don Piacentini che introdusse la stessa, prima di eclissarsi definitivamente, presso la famiglia Andrich-Bragadin.



Forse non conosceremo mai i motivi di questa improvvisa scomparsa, sappiamo però che il Piacentini lasciò in eredità a Clotilde tutti i suoi beni, che Clotilde rifiutò quell'eredità e rifiutò la proposta della sorella del Piacentini disposta a lasciarle anche i suoi beni a condizione che rimanesse con lei. Comunque è certo che il Piacentini viveva ancora quando Clotilde affrontava le prime dure esperienze di convivenza con Giulia Andrich.
Ma c'è un ulteriore episodio che viene ad inserirsi in questa complicata vicenda padovana di Clotilde. Si tratta della partenza dei genitori per la Germania. Secondo il racconto di Fortunata quel viaggio sarebbe coinciso con la morte del Piacentini. I genitori di Clotilde lasciavano Imèr per raggiungere, ad Eppfendorf in Germania, i due figli Giovanni e Luigi. Tale partenza non può essere avvenuta nel 1871 perché i fratelli di Clotilde partirono per la Germania solo verso il 1874 o nei primi mesi del 1875. I genitori partirono con l'altro figlio Pietro e lasciarono l'altra figlia Oliva con Clotilde e Fortunata.
Quando le tre sorelle lasciarono effettivamente Padova per raggiungere Castellavazzo, in provincia di Belluno, non lo sappiamo con sicurezza.
A Castellavazzo, un altro sacerdote, don Girolamo Barpi, zio di Giulia Andrich, metteva a disposizione delle tre sorelle e della propria nipote un vecchio convento che avrebbe potuto rappresentare il luogo ideale per la nuova istituenda Congregazione. Questa terza esperienza di Clotilde e delle sorelle sarà dominata dalla presenza della strana signorina Giulia, più che di don Barpi62.
I ricordi di Fortunata sull'esperienza di questo periodo sono quasi incredibili. La signorina Giulia scompose quello che il Piacentini aveva cercato di comporre, separò cioè Clotilde dalle due sorelle e la mantenne segregata. Ma i comportamenti assunti nei confronti di Fortunata e di Oliva, da parte della Giulia, sembrano dettati da una vera mancanza di equilibrio mentale. Le due fanciulle erano tenute a digiuno, era proibito loro di parlare con la sorella, erano sottoposte a continue privazioni e umiliazioni. Clotilde cercò di chiedere aiuto all'arciprete, ma non fu creduta.
Il racconto di Fortunata è ricco di altri particolari che descrivono atteggiamenti assurdi sopportati da Clotilde con incredibile coraggio e pazienza perché lei stessa convinta che Giulia "avrebbe assunto l'incarico di mettersi a capo dell'opera da Dio voluta e alla quale ella voleva per tutta la vita dedicarsi, dando ad essa il contributo di tutte le sue energie"63. In definitiva sembrerebbe, da tale testimonianza, che a consentire le stranezze di Giulia sia stata, sia pure involontariamente, la stessa Clotilde con la sua umiltà e con la convinzione di non essere capace di assolvere al compito al quale era stata destinata dalla volontà divina. Si potrebbe anche accettare la buona fede di don Barpi, considerato che l'intera famiglia si mostrava fortemente interessata per la fondazione della nuova Congregazione fino a delegare una sorella della Giulia a chiedere protezione e benedizione allo stesso Pio IX.
Ma quali erano i veri obiettivi di don Barpi? Quale idea lo aveva spinto ad accettare Clotilde e le sue due sorelle e a mettere a loro disposizione il vecchio convento? Un documento sembra offrire delle risposte a tali interrogativi, ma si tratta di risposte che introducono delle notevoli varianti a quanto raccontato fino ad oggi.
Sia Fortunata che la Tabacchi parlano di un'udienza concessa da Pio IX ad una sorella della Giulia, sposata con il conte Vincenzo Bragadin. Il documento ci illumina sia sulla data di tale udienza, che avvenne il 30 novembre 1875, sia sulla natura dell'Istituto che la famiglia Andrich voleva far sorgere. Il documento è una lettera di don Barpi inviata in data 28 aprile 1877 alla Madre Superiora di un convento che sorgeva a Roma a Trinità dei Monti. Questo il contenuto della lettera che offre nuova luce sulla vicenda vissuta da Clotilde a Castellavazzo:
"Sono interessato dalle mie nipoti Maria Andrich moglie del conte Vincenzo Bragadin di Padova e da sua sorella Giulia, a Lei ben note, di far presente che l'Istituto religioso del quale la predetta nipote Bragadin ebbe la grazia di parlare al S. Padre Pio IX in udienza privata nel giorno di S. Andrea apostolo nell'anno 1875, se vi fossero i mezzi materiali vi sarebbero le persone che lo inizierebbero subito. E siccome appunto questo fu l'ostacolo che oppose la Bragadin al S. Padre quando in detta udienza approvò il progetto, lo benedisse ed aggiunse: "si faccia, i mezzi verranno", così essendo venuta l'ora di fare e mancando i mezzi si sforzi per averli. Ora si tratta che le persone che sarebbero pronte a dar principio si trovano in numero di dodici e ve ne sono poi molte altre che ne stanno aspettando l'invito, ma se non vi sono i mezzi ed il locale, tutto resta sospeso. Il locale intanto sarebbe pronto ed opportuno a Padova, atto a contenere 40 persone, ben chiuso; ma l'affitto annuo è di lire mille. E da ciò ben vede che i mezzi vogliono essere abbondanti"64.
La logica della lettera è opposta a quella che condusse Clotilde, lontana dalla sua Imèr, a voler conoscere meglio la chiamata ricevuta quel 2 agosto del 1867. Erano trascorsi 10 anni da quella data e le perplessità e i dubbi di Clotilde rimanevano, anzi aumentavano. Dalla lettera, invece, appare che gli obiettivi del Barpi erano chiari e che ci fosse non solo la volontà di attuarli, ma l'urgenza. La lettera lamentava però un'assoluta mancanza di fondi, ma se Clotilde avesse accettato tutte quelle donazioni avrebbe potuto benissimo risolvere il caso. La lettera parlava di personale religioso già pronto e faceva riferimento ad un locale già disponibile a Padova. E' difficile non vedere in queste notizie dei riferimenti alla vicenda che stava vivendo Clotilde, anche se quelle notizie sembrano svelare una inattesa strategia nascosta negli episodi di Castellavazzo.
Questo documento, pur non menzionando Clotilde, la presenta in un ruolo del tutto inedito: sembra essere prigioniera di un progetto del tutto estraneo alla sua vocazione, progetto che sembra rispondere a problemi ben circoscritti più che a reali vocazioni religiose. Clotilde, cioè, con una vocazione ancora da scoprire, con una enorme simpatia che riusciva ad attirare sulla sua persona e con le notevoli possibilità di poter ereditare beni dai suoi benefattori, rappresentava una occasione da non perdere.
In definitiva il progetto presentato nella lettera era un progetto sociale e la vocazione di Clotilde sarebbe stata utilizzata per risolvere il problema economico e quello del personale. Infatti, leggendo le finalità di quel progetto aumenta lo stupore e la meraviglia. Don Barpi, nel voler dimostrare la necessità di una immediata attuazione del progetto così ne presentava i fini:
"Manca un luogo dove si accolgano e si tollerino ad ogni costo donne giovani ed anche di età che sono la croce delle loro famiglie; d'un naturale strano, bisbetico, dirò così incorreggibile coi mezzi ordinari, insopportabili, che fors'anche hanno vizi occulti; individui che passarono da un Istituto all'altro e vennero sempre restituite alle famiglie perché intolleranti d'ogni regola e disciplina".
E la lettera continuava soffermandosi sui metodi educativi che si sarebbero usati in questo erigendo istituto:
"1. Non assoggettarle ad una disciplina positiva ed a regole inalterabili, ma adattarsi invece al carattere e alle condizioni dell'individuo. 2. Una sorveglianza attiva, continua, paziente ad ogni oltraggio, senza perderle giammai d'occhio né di giorno né di notte con veglia continua....4. L'affabilità, la pazienza, la misericordia che le religiose debbono usare con queste ammalate è tale da dover non solo rinunziare ad ogni e qualunque propria comodità sia pure delle più convenienti, ma sebbene sapere con grande animo sacrificare ogni gusto spirituale, tollerando dalle affidate tutto a costo della vita stessa"65.
Non ci sono dubbi sul progetto che era quello di istituire un ospedale psichiatrico, una casa di cura per malati mentali. L'obiettivo era primario e doveva rimanere assolutamente unico, fino a richiedere qualsiasi rinuncia, compreso lo stesso impegno spirituale proprio di ogni ordine religioso. Quell'istituto sarebbe sorto a Padova, e quindi Castellavazzo non era la futura casa religiosa proposta dal Barpi a Clotilde, ma luogo momentaneo di raccolta per future vocazioni, destinate a servire in quello speciale ospedale.
Allora tutta la vicenda vissuta da Clotilde e dalle sorelle dal 1876 al 1878, tra Castellavazzo e Padova, con don Barpi e le sue nipoti, è da reinterpretare. Non era soltanto l'umiltà di Clotilde a suggerirle di delegare il compito di fondatrice alla signorina Giulia, ma una precisa volontà di questa famiglia. E lo stesso racconto della medaglia regalata da Pio IX66 perderebbe quei profili miracolistici trasmessi dalla tradizione e diventerebbe simbolo del fallimento di quel progetto sognato da don Barpi e dalle sue nipoti. Ma c'è di più, quelle azioni così strane della Giulia diventerebbero comprensibili perché proprie di una ammalata e Clotilde sembra tradurre fedelmente quei tratti di persona affabile, paziente, pronta a rinunciare a qualsiasi comodità e persino alla sua vocazione, così ben descritti al punto 4 della lettera. E non fu l'incredulità o la diffidenza di don Barpi a rendere inefficaci le prime lamentele di Clotilde, ma, al contrario, la piena consapevolezza della veridicità di quegli episodi che, incomprensibili per Clotilde, che li denunciava come vessatori, risultavano "normali" per lo zio. Clotilde così passerebbe dall'essere una sequestrata di Giulia ad essere una infermiera di Giulia.
La lettera del Barpi apre delle ipotesi interpretative del tutto nuove e abbastanza convincenti, anche se non risolve tutti gli interrogativi che pur solleva la ricostruzione fatta dalla Tabacchi. Rimarrebbe fuori dalla strategia di don Barpi e delle sue nipoti, l'episodio del tentato forzato matrimonio di Clotilde67 anche se, in senso traslato, questo strano racconto potrebbe significare l'ultimo vano tentativo di legare la vocazione di Clotilde agli interessati progetti di quella famiglia e la conseguente immediata decisione di Clotilde di partire e di rompere qualsiasi rapporto con gli Andrich-Bragadin.
Non è ancora arrivato il tempo del "si" e Clotilde per la terza volta, dopo l'esperienza di don Agostini, dopo quella di don Piacentini, dice no anche a don Barpi e dice no al Padre Cerebotani68 che avrebbe avuto l'infausto compito di convincere Clotilde a rimanere a Castellavazzo. Clotilde scappa dalla trappola di un progetto tutto umano così come era scappata dalla tutela di una provvidenza umana basata sulla sicurezza economica. Scappa, e pare quasi voler chiudere questa parentesi di ricerca sul proprio futuro, rifugiandosi ancora una volta in famiglia, e quindi in Germania.


Inizia così, nel 1878, un periodo del tutto particolare, ricco di esperienze
interessanti che andavano a completare la formazione di Clotilde. Esperienze proprie di una emigrata che si trovò a vivere non solo in un ambiente nuovo, con una lingua nuova, ma in un paese ricco di fede protestante e di testimonianze luterane.
Lontana dalla sua terra, dal suo ambiente, dalle sue amicizie, Clotilde sembrò dimenticare l'incarico ricevuto nella visione dell'agosto 1867 o, comunque, visse con maggiore serenità questo periodo. Non poté dimenticare certamente le esperienze vissute negli undici travagliati anni che vanno dal 1867 al 1878, ma la lontananza da quei luoghi che la videro lottare con i suoi dubbi e con allettanti proposte l'aiutò a liberarsi dall'ansia e dalle preoccupazioni di non essere capace di tanta missione che le era stata affidata. Ritornò dai suoi genitori, visse con la famiglia, anche se non più solo in famiglia, e continuò la sua vita di preghiera e di meditazione, ottenendo anche, in tempi non certamente facili, di potersi comunicare quotidianamente.
Anche in Germania non smise di fare pellegrinaggi e visitò il santuario della Madonna Assunta in Lichtenfels, il santuario della Madonna di Weissenstein e quello di Eisleben. Questi viaggi le consentirono di conservare una dimensione popolare della sua fede, di continuare una prassi già seguita negli anni della sua prima giovinezza, ma furono anche viaggi caratterizzati, almeno nel racconto postumo della sorella, da una presenza ossessiva del diavolo69. Questi viaggi, che pur testimoniano un impegno spirituale sempre profondo, nulla lasciano intendere su di un possibile loro diretto collegamento con la ricerca di chiarezza sul suo futuro ruolo di fondatrice di un Istituto. Certamente quelle visite ai santuari erano occasioni di riflessione e di richiesta di aiuto spirituale, ma sembrano rispondere meglio ad una naturale pietà popolare che accompagnerà sempre Madre Serafina fino alla sua tarda età. Non si trattò mai di un sia pur velato turismo religioso, perché la componente penitenziale -i viaggi spesso erano compiuti a piedi- non fu mai assente e perché spesso Clotilde ritornava presso gli stessi santuari : 4 volte ritornò alla basilica di Padova, 3 volte al Crocifisso di Cadore, 2 volte al Crocifisso di Trento, alla Madonna di Caravaggio. Anche in Germania Clotilde seppe cogliere alcune occasioni per mantenere queste sue "abitudini" religiose, ma i santuari tedeschi furono tutti santuari mariani e i suoi pellegrinaggi sono sempre ricordati con racconti dalle evidenti caratteristiche antiluterane70.
Rare, comunque, furono queste occasioni di lasciare Eppfendorf per motivi sia pure spirituali. Clotilde visse questo periodo quasi sola, senza i suggerimenti di consiglieri santi, che talvolta nel passato si erano mostrati anche interessati!
Nella città tedesca Clotilde prestò la sua opera presso un ospedale dove vi erano delle Suore Elisabettine. Non volle entrare a far parte di quella Congregazione, nonostante i continui inviti, ma visse abbastanza con quelle suore tanto da conservare poi un ottimo ricordo. Amava raccontare alle sue suore la intensa laboriosità delle Elisabettine le quali, anche durante i brevi periodi della ricreazione, si impegnavano in qualche attività71 e ricordava anche la loro scrupolosa osservanza degli orari72. Clotilde rimase presso l'ospedale per oltre due anni, dal 1878 al 1880, e in questo periodo si recava alla casa dei suoi, per visitare i propri genitori, solo ogni quindici giorni. La sorella Fortunata era rimasta in Italia, presso don Barpi a Castellavazzo, mentre Oliva, dopo qualche mese dalla partenza di Clotilde, aveva raggiunto subito la famiglia in Germania.
Ma anche questa nuova e serena sistemazione di Clotilde fu di breve durata. Nell'agosto del 1880, mentre Clotilde si trovava lontana da casa per uno dei suoi pellegrinaggi, la mamma fu colpita da paralisi. Clotilde fu costretta a lasciare l'ospedale e la compagnia delle Elisabettine per assistere la mamma. Anche Fortunata fu chiamata dall'Italia e la famiglia Micheli poté nuovamente ritrovarsi unita attorno a colei che aveva rappresentato la fonte di ogni ispirazione e di ogni impegno umano e religioso. Furono anni difficili: nel 1881 moriva, ancora giovanissima, Oliva, lasciando un figlio di appena qualche anno73 e il 6 gennaio 1882 moriva la madre.
La famiglia Micheli si riduceva sempre più e per i nuovi problemi che sorgevano si invocava sempre l'intervento di Clotilde. Questa, comunque, libera dall'impegno di assistere e curare la mamma, ritornò a lavorare presso le suore dell'ospedale anche se ritornava a casa ogni sera per poter essere accanto al padre, a Fortunata e al fratello Pietro. Ben presto il padre, ormai solo, mostrò il desiderio di poter ritornare ad Imèr e lo fece conducendo con sé Fortunata. Non conosciamo con precisione quando Domenico Micheli ritornò nella sua città natale, né presso chi alloggiò, ma sappiamo che Clotilde rimase ancora qualche anno ad Epfendorf per non lasciare solo il fratello Pietro. Il 30 marzo 1885 moriva anche il padre e Clotilde, che non aveva potuto assisterlo nei suoi ultimi giorni, ritornava definitivamente dalla Germania dove lasciava i fratelli sposati e Pietro. Era rimasta in Germania sette anni.


Del nuovo periodo trascorso ad Imèr non sappiamo quasi nulla ad eccezione del
suo impegno per la creazione dell'associazione delle Figlie di Maria. Quasi certamente visse da sola perché la sorella Fortunata, dopo la morte del padre, partì subito per Belluno "dove rimase fino al 1891". Clotilde rimase ad Imèr fino al 1887 e rimase ancora più sola di quanto non fosse stata nella stessa Eppfendorf. Una solitudine vissuta nella preghiera, nell'apostolato svolto fra le giovani della sua parrocchia.
In Germania aveva potuto cogliere i primi aspetti della modernità, i nuovi bisogni che si diffondevano fra la gente e le conseguenze sulla vita religiosa. Aveva potuto fare verificare come fondate quelle preoccupazioni che i vescovi già da tempo avevano formulato nelle loro relazioni a Roma. Aveva potuto apprezzare, attraverso l'esperienza vissuta con le Elisabettine, i nuovi campi della testimonianza cristiana, dettati e quasi imposti da una società che, assorbita dal problema del lavoro, spesso trascurava gli altri fondamentali problemi dell'uomo. Quelle suore impegnate nell'ospedale, nella scuola, suggerirono a Clotilde i futuri campi del suo impegno vocazionale.
In Germania Clotilde comprese quanto indispensabile e proficua fosse l'oscura testimonianza di quelle suore capaci di mantenere il senso cristiano della vita in una società sempre più secolarizzata. Le suore spesso diventavano preziose sostitutrici di alcuni ruoli prima svolti dai sacerdoti che, emarginati da un sempre più diffuso clima anticlericale, non avevano più le occasioni di un tempo per essere vicini alla gente ed educarla alla fede. Fu questa l'esperienza vissuta da Clotilde in Germania accanto agli emigrati. Più tardi, ritornerà a raccontare quegli anni e quelle esperienze che la segnarono profondamente. Ecco perché, una volta ad Imèr, non trovato più quel clima di villaggio che aveva lasciato, volle istituire il gruppo delle Figlie di Maria, ma tra "vessazioni e umiliazioni".
Ma questa volta Imèr doveva rappresentare una breve pausa prima della definitiva partenza verso una non ancora chiara meta. Erano passati ormai vent'anni da quelle visioni che avevano affidato un compito ben preciso, e Clotilde continuava a cercare chiarezza e sicurezza.



Nel 1887 Clotilde decideva di intraprendere un viaggio. Anche su questo viaggio, iniziato come pellegrinaggio, le notizie non sono molte e non sono sempre chiare. Il viaggio fu in parte programmato dalla stessa Clotilde, che si propose come meta finale la visita di Roma, ma poi diventò un itinerario dettato da chi cercava di aiutare o di utilizzare la vocazione di Clotilde.
Una caratteristica che compare sempre nella movimentata vicenda di Clotilde è il suo continuo camminare alla ricerca di una risposta certa ai tanti interrogativi posti dall'apparizione dell'agosto 1867.
La storia di Clotilde è ricca di spostamenti geografici, è ricca di viaggi dettati da una dimensione diremmo popolare della sua fede: Clotilde è una pellegrina. Ella vive intensamente e con soddisfazione la sua fede nella piccola comunità di Imèr, ma avverte l'esigenza di visitare i santuari per irrobustire la sua fede. Sceglie luoghi particolarmente ricchi di sacro e di santità, luoghi quasi sempre legati ad apparizioni divine o mariane o legati al culto di qualche santo particolarmente prodigo di miracoli. Si trattava di una convinzione profonda e intensamente vissuta e non priva di sacrifici perché fatta "con mezzi molto primitivi, accompagnati sempre da ininterrotte preghiere, astinenze e corporali penitenze". Suor Maria Serafina ci ha lasciato un elenco di ben 42 pellegrinaggi effettuati, alcuni dei quali l'hanno vista più volte ritornare sugli stessi posti.74 La prassi del pellegrinaggio era così radicata nell'esperienza spirituale di Clotilde da suggerirle non soltanto viaggi faticosi, ma anche un singolare metodo di preghiera: Clotilde, cioè, spesso dedicava le intere 24 ore di una giornata alla preghiera e divideva quella particolare giornata in immaginarie visite a 24 diversi santuari.75
Così la stessa madre Serafina spiegava una tale sua pratica: "Queste 24 chiese le visiterò in spirito giornalmente e farò 24 Comunioni spirituali, finalmente riposerò la sera verso le due nella S. Casa di Loreto in quella che (dove) Gesù Giuseppe e Maria ebbe il lavoro e il riposo la Sacra Famiglia. La mattina, presa la S. benedizione da Maria, farò il mio spirituale pellegrinaggio, nella giornata visitando santuari e offrendo a Dio ogni mia azione lavoro e preci in unione di Maria Immacolata che mi istruirà nella via del mio pellegrinaggio alla gloria eterna".76
Sono queste pratiche religiose a rendere più comprensibile il continuo viaggiare di Clotilde. Ma vi sarebbe anche una spiegazione psicologica a questo viaggio verso Roma: Clotilde ha accettato l'invito divino, ma esso si presenta non ancora ben definito e del tutto chiaro. Tutte le precedenti esperienze, comprese le assicurazioni ricevute sulla fondatezza di quella apparizione, non convinsero Clotilde di poter essere veramente la destinataria di un così ambizioso progetto. Ella però, pur nel dubbio, continuò a riflettere e a dedicare lunghi periodi ad una intensa meditazione. I pellegrinaggi facilitavano questi momenti. La destinazione verso Roma, inoltre, significava quasi la ricerca di una riconferma a quell'assenso benedicente che Pio IX le avrebbe inviato attraverso la Bragadin.
Nonostante questa continua ricerca di chiarezza non viene cancellata nel lettore della storia di Clotilde la sensazione di un persistente scetticismo, verso la chiamata e verso quel mandato di fondare una nuova Congregazione, che continuava a dominare Clotilde. Di fronte ad un'apparizione così precisa e così compiuta, che forniva i particolari dell'abito religioso e suggeriva i nuovi nomi che le ragazze avrebbero dovuto assumere una volta suore, forse ci saremmo aspettato un diverso atteggiamento da parte di Clotilde, una accettazione più immediata e anche più entusiastica. Invece Clotilde esita. Di nessun aiuto poté essere il conforto della sorella Fortunata che garantiva sulla veridicità di quell'apparizione ed escludeva che si fosse trattato di un sogno. Il motivo per il quale Clotilde perseverava nella sua esitazione lo troviamo nei suoi pochi scritti. Da suora e da responsabile della Congregazione Suor Serafina rimprovererà a se stessa la "poca fede ai lumi del cielo", ma aggiungerà, a sua discolpa, che quella indecisione non era dettata dal timore di una sua consacrazione religiosa, ma dal timore di essere incapace a comprendere la chiamata divina e incapace di poterla fedelmente eseguire.
Di qui la perseverante ricerca di un direttore spirituale che le imponesse per obbedienza l'attuazione del progetto divino: "E' vero che Iddio con le sue ispirazioni mi spronava a metter mano all'opera, ma quando io esponevo ai miei confessori i miei dubbi, essi si limitavano solo a darmi dei consigli. Allorché stavo a Padova, mi confessavo con un Padre Antoniano e qualche volta da un Padre Filippino, come straordinario. Tanto l'uno che l'altro mi esortavano a seguire l'ispirazione, ma alle continue mie titubanze nessuno s'imponeva. Qualche volta dicevo loro: "Se credete che sia davvero volontà di Dio che proprio io mi metta a capo di una si difficile impresa, imponetemelo per ubbidienza, e prontamente comincerò". Ma loro rispondevano: "Non ci sentiamo di obbligarvi con tale precetto": Tale risposta non faceva che aumentare i miei dubbi e le mie esitazioni."77
Al di là di qualsiasi altra interpretazione che si possa dare, le esitazioni, le perplessità, la richiesta di chiarezza, rendono Clotilde ancora più compiutamente umana. L'angosciosa incertezza nel progettare il proprio futuro non è estranea alla comune esperienza giovanile, ed essa diventa ancora più complessa se dettata dalla decisione intorno ad una possibile futura vita religiosa. Clotilde visse questi difficili momenti rimanendo sempre disponibile e senza intralciare i piani divini e si lasciò guidare, in questi viaggi, da quell'invito ricevuto, ormai, venti anni prima.
La storia deve misurarsi con queste "voci" che non hanno appoggio documentario e che pur sostengono numerose esperienze umane. La vicenda di Clotilde, soprattutto queste esitazioni, evidenziano un'altra caratteristica della storia di una santità e cioè come questa non coincide con la progettualità dell'uomo, bensì con le sue incertezze e con una, spesso imprudente, accettazione di un invito.



Clotilde quindi parte per Roma il 1 maggio 1887 in compagnia di una sua nipote, Giuditta Doff-Sotta.78 Non esiste un diario di viaggio che ci consenta di poter ricostruire con una certa precisione le varie tappe di questo pellegrinaggio. Il Montanaro, che pur presenta una sua ipotesi sull'itinerario seguito dalle due giovani, utilizza l'elenco delle 42 chiese visitate da Clotilde79 e ritiene verosimile la sosta presso il Santuario di Trento, presso quello di Pinè, presso il Santuario di Monte Berico e presso quello della Madonna di san Luca a Bologna.
Fra i documenti della Micheli ci sarebbe un solo riferimento a questo viaggio che potrebbe attestare la visita al Santuario dell'Addolorata di Monte Berico. Si tratta di una pagellina che attesta l'iscrizione di Clotilde fra le devoti e porta la data del 13 maggio 1888. Potrebbe anche trattarsi di un utile riferimento per documentare il suo reale passaggio dal Monte Berico, ma l'anno rende inutilizzabile il riferimento per precisare il programma dei 107 giorni che intercorrono dalla partenza da Imèr, 1 maggio, all'arrivo a Roma, 15 agosto. Nemmeno la pur importante sosta ad Assisi, dove avrebbe incontrato padre Francesco Fusco da Trani, amico di padre Berardo Atonna, è possibile datare con precisione. Né è pervenuta quella "epistolare corrispondenza" che Clotilde trattenne poi con padre Fusco80.
Nei primi giorni di agosto del 1887 Clotilde e la nipote arrivarono a Roma81. Nella Basilica di San Pietro Clotilde conobbe il canonico mons. Sanchez, o Sancheux, il quale presentò le due pellegrine alle Suore Immacolatine che avevano il loro Convento in Via Merulana e la cui Superiora era Madre Fabiano82. Quella soluzione avrebbe consentito alle giovani un sicuro alloggio e una più prolungata visita alle chiese, ma la meta del pellegrinaggio stava per mutarsi in un periodo di lunga e movimentata permanenza. Il Montanaro, nella sua narrazione, lascia intendere che Clotilde, dopo aver visitato quasi tutti i monumenti della Roma cristiana, stesse per ritornare ad Imèr e che solo l'insistenza di quelle suore la convinsero, se non a rimanere, almeno a prolungare la sua permanenza83. Clotilde accettò quell'invito che, oltretutto, le avrebbe consentito una più approfondita riflessione sui suoi futuri impegni.
Durò un mese, o poco più, quella presenza, da ospite, di Clotilde presso le Suore Immacolatine. Ben presto le attenzioni e le premure di Madre Fabiano rivelarono un altro movente diverso da quello della fraterna accoglienza del pellegrino. La Congregazione delle Immacolatine era sorta da poco ed era in atto una campagna per l'incremento delle vocazioni. Clotilde, e forse la stessa nipote Giuditta, fu convinta non solo a rimanere, ma a vestire l'abito della Congregazione. Ci furono delle resistenze da parte di Clotilde ad accettare quell'invito, ma furono resistenze molto deboli perché non sostenute ancora da una chiara alternativa vocazionale. Clotilde sentiva di dover fare altro, ma non sapeva con precisione cosa avrebbe dovuto fare. Anche questa volta cercò aiuto e sostegno nel parere di un confessore, e questa volta il parere arrivò.
Così la stessa Madre Serafina ricorderà quei mesi: " Il giorno 14 ottobre ella ci chiamò per ubbidienza di vestire il suo abito, io ringraziandola le risposi che non potevo se non avessi conferito col confessore. Ella Reverenda Madre non me lo permise ma disse che andassi dal confessore della loro Comunità, il quale mi pregò di vestire quell'abito (e) che aiutare un poco quelle suore dell'Immacolata allora nascenti non era d'impedimento alla volontà del Signore. Io feci l'obbedienza e vestita suora fui mandata in qualità di superiora nella piccola casa di Sgurgola d'Anagni".84
Anche questa improvvisa svolta nella vita di Clotilde lascia alquanto meravigliato l'attento e critico lettore. Un viaggio iniziato come pellegrinaggio, sia pure alla ricerca di una propria vocazione, si conclude con una inaspettata vestizione monacale accettata, tra l'altro, per "Ubbidienza". Si sarebbe dovuto esclamare "finalmente suora", ma, come si vedrà, non era l'abito il vero obiettivo di Clotilde. Anche quell'esperienza avrebbe rappresentato una semplice tappa nell'ancora faticoso cammino alla ricerca del vero volto della sua vocazione!
Quella vestizione non fu preceduta da un normale periodo di noviziato, né fu seguita da un periodo di ambientamento. Clotilde fu nominata immediatamente superiora della piccola Comunità di Sgurgola d'Anagni. Mai vocazione era stata così celermente premiata con l'attribuzione di una responsabilità di una intera anche se piccola comunità. In pochissimi giorni sembrava che Clotilde avesse risolto i suoi dubbi e le sue perplessità, ma nell'intimo rimaneva qualche esitazione se Clotilde si lasciò promettere una futura libertà d'azione e di scelta.85 Clotilde, comunque, è suora e la nuova sistemazione sembrava anche rispondere alle sue attese. Ella infatti poté dedicarsi oltre che ai problemi della comunità anche all'ufficio di maestra d'asilo. Non mancarono, anche in questa nuova esperienza, le pene e le sofferenze secondo la testimonianza di Suor Natività la quale scrive che Suor Annunziata, questo fu il nuovo nome religioso di Clotilde, sopportava "tutti i capricci di una suora, che le fece perfino patire la fame".86 Chi fosse questa suora è facile comprendere: era Concetta Massari, già Suor Scolastica, e poi, tra le Suore degli Angeli, Suor Immacolata. Non conosciamo, invece, il motivo della improvvisa scomparsa della nipote Giuditta.


Durò due anni questa esperienza che fu interrotta da un richiamo divino87 e
dall'arrivo, quasi contemporaneamente, di una lettera inviata alla Micheli da padre Fusco il quale, lasciata Assisi, era stato inviato presso il Convento della Solitudine a Piedimonte d'Alife. Quella voce e quella lettera stavano per chiudere un periodo abbastanza importante della vita di Clotilde, un periodo che contribuì a saggiare la sua vocazione e che offrì ulteriori esperienze per il suo futuro impegno. Ma anche questo periodo è povero di una adeguata documentazione che ci fornisca notizie sulla sua vita spirituale, sul suo comportamento da superiora. Eppure si trattò dei primi due anni di vita monacale.
Non è del tutto convincente il racconto riportato dalle testimoni e che attribuisce ad una lettera la decisione di Clotilde di abbandonare l'esperienza di Sgurgola. Padre Fusco, cioè, l'avrebbe invitata a raggiungere Piedimonte d'Alife dove il vescovo di quella diocesi, mons. Antonio Scotti, aveva in programma di istituire una nuova Congregazione. E' vero che l'ingresso fra le Immacolatine era avvenuto con riserva di conoscere meglio la propria chiamata, è vero che a Sgurgola dovette sopportare delle prove e delle pene, è vero che Clotilde continuava ad avere la più indiscussa fiducia nei propri confessori, ma desta ugualmente perplessità questa partenza dettata dalla sola fiducia in padre Fusco. Il racconto che la stessa Madre Serafina rilascerà evidenzia, ancora una volta, il primato dell'obbedienza nella storia della sua vocazione, ma lascia trasparire anche una certa ingenuità nei protagonisti dell'intera vicenda. La stessa madre Fabiano, sia pure dopo netti rifiuti, alla fine lasciò partire Clotilde che era una sua suora, ed era superiora, e le concesse anche come compagna un'altra suora, Suor Scolastica. Quel permesso fu dato senza conoscere con precisione il motivo della partenza e l'esito di quella chiamata. Può darsi che la compagna di viaggio avesse il compito di dissuadere una eventuale uscita dalla Congregazione. Falliti tutti i tentativi di trattenere Clotilde e di richiamare Suor Scolastica, si rivelarono naturali le successive incomprensioni e quella improvvisa e furtiva partenza delle due suore da Sgurgola che sembrò, e sarà giudicata, una vera fuga!
Suor Annunziata e Suor Scolastica ripartirono per Piedimonte e raggiunsero padre Fusco e mons. Scotti.
Questi due personaggi, che svolgono un importante ruolo nella storia di Madre Serafina, in quanto quasi veicolano la giovane suora verso la meta finale, offrono abbondante materia di riflessione anche se la loro storia richiede specifiche ricerche. Non conosciamo con precisione il ruolo svolto da questo frate minore e i suoi reali rapporti con il vescovo Scotti, ma gli archivi del suo Ordine lasciano intendere che non sempre la sua azione trovò il consenso dei superiori e che dovette, per questo, anche rinunciare al ruolo di Padre Guardiano presso il convento di Roccamonfina88. Anche sul conto di mons. Scotti si hanno notizie abbastanza discordanti. Pur riconosciuto "pio ed impegnato per la gloria di Dio e il bene delle anime", fu giudicato "altrettanto strano, ostinato nel voler mandare ad effetto qualunque cosa gli fosse venuta in mente, e volubile.."89. Il vescovo fu anche allontanato dalla diocesi di Alife nel 1893 e privato del titolo nel 1898: misticismo rischioso? Radicalismo evangelico? Eccessiva severità con sé e con il clero? Intemperanze pastorali?90 Gli episodi riportati dalla documentazione citata, pur chiari nella loro narrazione non offrono sufficienti elementi di giudizio, nonostante un laconico giudizio racchiuso nell'epigrafe riportata dal Fonseca dove è scritto: "..episcopus semidementiae infirmitate laborans vel lethargico somno quiescens omnia deperire sinebat vel repente expergefactus quaecumque tangebat vastabat...".
Ai fini della presente biografia non si può non notare come, ancora una volta, l'itinerario vocazionale di Clotilde conosceva un'altra tappa con strani protagonisti e con episodi quasi incredibili. La tappa di Alife rappresenta una ulteriore esperienza che Clotilde affrontò dapprima per obbedienza, poi con scetticismo e infine con un coraggioso rifiuto. Sembrava che mons. Scotti potesse rappresentare finalmente lo strumento per attuare quel mandato celeste ricevuto dalle due sorelle Micheli, ma Clotilde "quando apprese le intenzioni del vescovo, provò un'amara delusione e, com'è naturale, non vi poteva acconsentire".91 Un rifiuto che si aggiungeva ai tanti altri precedentemente espressi: il rifiuto a mons. Piacentini, a don Barpi, a Giulia Andrich, a Madre Fabiano, rifiuti che, solo in seguito, si sono rivelati provvidenziali. E infatti mons. Scotti, che pur rimase "disgustato" da quel rifiuto, diede ugualmente avvio al suo progetto del quale, però, dopo qualche tempo, "nessuno ne seppe mai più nulla".92
Quest'ultimo rifiuto alienò a Clotilde altre amicizie e la privò di consigli come quello di padre Berardo Atonna93, ma alla fine le consentì di conoscere e di raggiungere la meta.
Quel viaggio, iniziato come pellegrinaggio, andava rivelando sempre più i termini della sua vocazione. Il vagare di Clotilde rimase sempre sostenuto dalla accettazione della chiamata, anche se questa si presentava ancora indefinita e dalla difficile attuazione. La continua disponibilità di Clotilde, comunque, non intralciava e non anticipava i piani provvidenziali che finiranno con il prevalere su qualsiasi altro disegno umano. Quando sembrava che Clotilde stesse per essere catturata da uno di questi progetti, allora si chiarivano le peculiarità della sua vocazione ed erano rifiutate le varie e allettanti proposte. La storia di una vocazione non sempre è lineare e logica come può essere lo sviluppo di un progetto fatto dall'uomo; la storia di una vocazione, al contrario, si sviluppa fra incertezze, contraddizioni, esperienze inconsuete.
In quei mesi di gennaio e febbraio 1891 le esperienze vissute da Clotilde furono tremende. Aveva lasciato una Congregazione, quella delle Immacolatine, aveva rinunziato al posto di superiora a Sgurgola, aveva accettato i consigli di padre Fusco ed era stata accolta con entusiasmo da mons. Scotti, ma alla fine rifiutava i progetti della nuova Congregazione di questo vescovo. Clotilde ancora una volta pagava un alto prezzo per quel rifiuto: rimaneva sola, con un abito monacale e senza una famiglia religiosa. Furono giornate terribili e, giustamente, la Tabacchi scrive che quell'esperienza "gettò Clotilde nell'afflizione e nello smarrimento...giacché in qualche momento le dovette certo sorgere il dubbio che non si fosse ingannata".94


Momenti difficili quelli vissuti da Clotilde immobilizzata quasi fra un vuoto di prospettive e la cancellazione di un passato che le sottraeva comunque una continuità di esperienze. Tornare indietro era impossibile, dopo la polemica partenza da Sgurgola, e nessun'altra alternativa si presentava dopo il rifiuto opposto al progetto di mons. Scotti.
Mai attesa fu più pesante: lo stesso padre Fusco, che rimase accanto a Clotilde e alla sua amica unico consigliere spirituale, non trovò altro suggerimento se non mandare le due suore, senza regola e senza casa, presso una famiglia di Caserta. Le testimonianze non ci hanno trasmesso il nome di questa famiglia, ma non hanno omesso di ricordare che si trattava di una famiglia povera e con una numerosa prole. Clotilde trovò in questo ambiente umile quella serenità che tanto le avrà ricordato la sua esperienza familiare di Imèr. Lontana dai grandi progetti elaborati da chi aveva idee, ambizioni, possibilità economiche, lontana dai celebrati protagonisti, piccoli e grandi, della storia civile ed ecclesiastica, nel silenzio, nell'anonimato di una famiglia, nella povertà, Clotilde, all'età di 41 anni, riprendeva gli stessi ritmi di vita che avevano caratterizzato la sua giovinezza quando la giornata era divisa fra la casa e la parrocchia.
Pochi i mesi trascorsi in questa famiglia, ma sufficienti per suscitare l'ammirazione della gente95 e dello stesso parroco di Santa Filomena, don Giovanni Zambella. Superata la deludente esperienza di Alife, con l'aiuto di don Zambella, Clotilde riprendeva ad aver fiducia nella sua vocazione. Nonostante l'affettuosa attenzione della povera famiglia ella accettò volentieri l'invito del parroco a trasferirsi nella sua casa di Casolla.
Il lungo viaggio iniziato il 1 maggio 1887 si concludeva tra marzo e aprile 1891 in questo piccolo centro della provincia di Caserta. L'attenzione subito riservata da parte della gente umile verso le due suore, l'entusiasmo naturalmente sorto intorno a casa Zambella, ricrearono quel clima di proficua serenità che agevolò la positiva conclusione del lungo viaggio.
A Casolla abitavano anche tre ragazze delle quali Clotilde aveva già sentito parlare, ad Alife, da padre Atonna. Tre ragazze che avevano partecipato alle speciali preghiere per il felice esito del progetto di mons. Scotti. Quelle suppliche, che interessarono anche il futuro di Clotilde, non sortirono l'effetto voluto, ma stabilirono un ideale rapporto fra le tre ragazze e la stessa Clotilde. A Casolla, quella precedente esperienza vissuta senza una reciproca conoscenza, era mutata in sincera amicizia.
Ancora una volta l'esperienza vissuta da Clotilde lascia il lettore pieno di stupore. Una giovane senza una meta, senza una protezione, viene mandata in un paese sconosciuto! Si avrebbe ragione di credere che il consiglio di padre Fusco di mandare Clotilde e suor Scolastica a Caserta non sia stato poi del tutto casuale e improvvido. Certamente padre Fusco avrà conosciuto don Zambella, certamente l'attività predicatoria di padre Fusco e di padre Atonna riuscivano a creare una rete di amicizie e comuni interessi spirituali fra i diversi paesi visitati. Amicizie e interessi che diventavano essenziali e duraturi in paesi posti fuori dai grandi traffici.
Questa tappa del lungo viaggio consente a Clotilde di entrare pienamente nella storia sociale e religiosa della popolazione del Mezzogiorno. Clotilde entra, attraverso l'attività e le amicizie create da questi predicatori, nelle case di povera gente, entra nella mentalità religiosa di questa gente. E qui incontra un mondo pieno di problemi, ma anche pieno di rassegnazione e di fede.
Qualche settimana in casa della povera famiglia anonima di Caserta, qualche settimana ancora in casa del parroco Zambella a Casolla e poi l'incontro con le tre giovani fanciulle preoccupate come lei della propria perfezione spirituale e del loro futuro vocazionale. Fu questa comune sensibilità umana e spirituale a rendere naturale un'amicizia e a favorire una vita insieme. Avvenne così l'incontro fra cinque giovani donne che daranno avvio alla storia delle Suore degli Angeli.
Luisa e Rosa Piazza96 e Filomena Scaringi, questi i nomi delle tre ragazze, ebbero modo, nella piccola Casolla, di conoscere e subito stimare Suor Annunziata e Suor Scolastica. Non solo diventarono amiche, ma intrecciarono le loro personali esperienze in una unica storia. Ben presto le due suore riscossero l'ammirazione dell'intera famiglia Piazza, del dottor Marcellino e della moglie Teresa, i quali furono subito disponibili ad accogliere l'idea delle proprie figlie di invitarle nella propria casa.


Si formava così, in casa Piazza, a Casolla, il nucleo fondatore delle future Suore degli Angeli. La Tabacchi ci lascia anche la data del trasferimento da casa Zambella a casa Piazza: era il 30 aprile 1891.
Quella soluzione riempì di soddisfazione i genitori di Luisa e Rosa Piazza i quali, senza contrastare la vocazione delle loro figlie, vedevano l'opportunità di continuare a vivere insieme, nella stessa casa.
Questa volta sembrava che l'inspiegabile e quasi affrettato consiglio di padre Fusco di inviare a Caserta le due suore, senza un preciso indirizzo e senza credenziali, stesse per sortire effetti da tempo desiderati e inseguiti. Casolla, raggiunta senza alcuna programmazione umana, stava per diventare finalmente il traguardo di un lungo e tormentato viaggio. Ma non era ancora tutto chiaro e semplice. Certamente l'amicizia e la reciproca stima fra le cinque giovani donne non era ancora segno inequivocabile che fosse stato raggiunto il tempo per dare inizio al nuovo istituto, né la piena disponibilità del dottor Marcellino poteva essere sufficiente a fugare qualche residuo dubbio. Anche in questa occasione non mancarono alcune difficoltà e la stessa Luisa Piazza97 rivelò alcune perplessità e finì con l'esprimere la sua preferenza verso una già avviata Congregazione religiosa, come quella delle suore Sacramentiste, anziché aderire ad una Congregazione del tutto nuova e ancora da definire e costituire. Ma ogni perplessità fu superata per l'immediato intervento di padre Fusco. Le poche settimane di preparazione furono destinate alla preghiera e a confezionare quell'abito che Fortunata, e la stessa Clotilde, avevano potuto vedere nella visione del 186598.
Giunse la data del 28 giugno 1891: data fondamentale per la vita del nuovo Istituto. La vestizione avvenne in una casa privata, la casa della sorella di Teresa Piazza, a Briano, e la cerimonia fu presieduta da padre Fusco. La cerimonia conservò quella solennità liturgica che esalta le grandi scelte esistenziali nell'ambito del cristianesimo. A quella cerimonia, che sanciva il compimento di un mandato ricevuto ben 24 anni prima, mancava la prima destinataria della visione, la sorella di Clotilde, Fortunata. Il 16 luglio, comunque, anche lei riceveva dalle mani della sorella il nuovo abito. Si completava così il gruppo storico delle Suore degli Angeli: Clotilde prendeva il nome religioso di Suor Maria Serafina; Concetta Massari, la suora che aveva accompagnato Clotilde da Sgurgola, prendeva il nome di Suor Maria Immacolata; Luisa Piazza, Suor Maria Margherita; Rosa Piazza, Suor Maria Rosa; Filomena Scaringi, Suor Maria Caterina; e Fortunata diventò Suor Maria degli Angeli.
Aveva così inizio, tra le mura domestiche, la storia di una congregazione che era stata suggerita, coltivata e salvaguardata in un sano ambiente familiare. La famiglia continuava ad essere elemento essenziale nella storia della Micheli. Per quanto non sia consueta la stanza di una civile abitazione per una cerimonia religiosa così piena di significati e di impegni, pure il salone di casa del dottor Petriccione, a Briano, ascoltava le commoventi promesse di quelle giovani ed evidenziava le caratteristiche familiari di quella consacrazione semplice ma totale. Si direbbe che anche la chiesa ufficiale, quella del Codice e delle Congregazioni romane, non abbia avuto un ruolo primario in quella celebrazione! La stanza di una casa, piena di quotidiano calore familiare, sostituiva la maestosa e talvolta fredda grandiosità di una chiesa.


Quasi certamente il vescovo della diocesi, mons. Enrico De Rossi, ne fu informato e concesse anche il suo assenso, ma non rese ufficiale, con la sua presenza, quella sua volontà. Nella relazione inviata a Roma, nel dicembre dello stesso anno, non faceva menzione di quella nuova esistenza di donne consacrate99. Quel vescovo, nonagenario, che aveva amministrato la diocesi per quasi 40 anni, e che continuava a ricevere grande plauso dalla Congregazione perché "proseguiva con lo stesso zelo ed intelligenza nel governo della sua diocesi e con energia quasi giovanile nei difficili tempi che traversiamo.."100, non omise il riferimento alle nuove suore per dimenticanza, né rimase estraneo e indifferente alla storia di questa nuova esperienza di vita consacrata. Il silenzio delle fonti ufficiali, almeno in questo caso, rappresenta quasi un'amorosa tutela di un progetto che stava nascendo e che si aspettava fosse maturo per essere ufficializzato.
Il convento per quelle suore continuò ad essere la casa del dottor Piazza e continuerà ad esserlo ancora per 9 continui anni. Questo inizio familistico, comunque, non significò chiusura ai problemi sociali e pastorali dell'intera diocesi. Già qualche giorno dopo la solenne vestizione, Madre Serafina, con le sue suore, si recò a ringraziare personalmente mons. De Rossi per aver consentito l'inizio di quella nuova esperienza comunitaria. E lo stesso vescovo, secondo le testimonianze delle suore, ricambiò quella visita e volle personalmente rendersi conto del loro singolare "convento" e della vita che conducevano. Egli seppe cogliere l'entusiasmo che animava quelle suore, ma non nascose loro i problemi e le difficoltà che avrebbero dovuto affrontare. Non voleva mortificare quegli entusiasmi, ma non voleva nemmeno dare inutili illusioni: non sarebbe stato facile per quelle suore continuare a vivere insieme senza sicurezze economiche, senza un riconoscimento ecclesiastico ufficiale. Ma quel presule espresse anche la sua fiducia sul buon esito dell'iniziativa101. Una fiducia che veniva sostenuta anche dalla constatazione della grande generosità del dottor Piazza e dall'entusiasmo dell'intero paese nell'avere tra le proprie case un piccolo e attivo convento102.
Quale sia stata l'attività svolta nei primi mesi da quella nuova comunità non è dato conoscere con esattezza. Solo la Tabacchi, in poche righe, lascia questa testimonianza: "Trascorsero così i primi anni della Fondazione; al lavoro manuale, distribuito settimanalmente a turno, e alle preghiere si susseguirono le conferenze della Madre. Ben presto aprirono pure una scuola per raccogliere i bambini del villaggio e un laboratorio per la confezione di arredi sacri. Curarono altresì con grande zelo l'istruzione catechistica, prestando la loro opera di apostolato nelle diverse parrocchie limitrofe, dove i parroci le invitavano"103.
Le fonti ecclesiastiche solo indirettamente confermano l'attività catechistica svolta dalle suore104, e nessuna notizia precisa si ha sulla istituzione di un asilo, ma, soprattutto, nessun manufatto si conserva della preziosa attività di "laboratorio per la confezione di arredi sacri".


Si concludeva così nel piccolo centro abitato di Casolla, nella casa privata del dottor Piazza, quel lungo pellegrinare di Clotilde che era iniziato in compagnia di un'altra signora Piazza. Colei che aveva rifiutato eredità anche cospicue, che aveva rinunciato a progetti ambiziosi, trovava la propria serenità nel poco e nel piccolo.
Molto personale si presenta lo sviluppo dell'intera vicenda vocazionale della Micheli: si direbbe che la protagonista sia rimasta sempre gelosa delle sue ultime decisioni. Pur chiedendo ripetutamente, e a molti, consigli e lumi per comprendere quale fosse realmente il significato di quella visione ricevuta quando aveva 16 anni, e come potesse, nel modo migliore, soddisfare a quella chiamata, Clotilde lasciò sempre a se stessa ogni definitiva decisione. Considerava essenziale la virtù dell'obbedienza, sperava che i suoi consiglieri spirituali le indicassero chiare soluzioni ai numerosi interrogativi per poterli più facilmente risolvere, ma non delegò mai ad altri le sue scelte. Più volte, quando sembrava che la scelta fosse ormai chiara e stabilita, Clotilde deludeva i suoi consiglieri e anche coloro che erano disposti a sostenere finanziariamente la sua fondazione.
La storia di Clotilde ha incrociato la storia di tanti uomini santi, da costoro ha sempre tratto insegnamenti e ne ha seguito anche esperienze, ma alla fine, ha conservato sempre un'autonomia decisionale. La ricerca di sicurezza e, soprattutto, la diffidenza che ogni sua decisione potesse essere frutto di sue o di altrui illusioni, la rendeva dubbiosa. Lei stessa era solita dire negli ultimi anni della sua vita "Ho ritardato molto a cominciare l'opera voluta da Dio, ho avuto poca fede nelle promesse del Signore..". Ma questa continua indecisione ha reso poi la storia di Clotilde più umanamente comprensibile perché tanto vicina alla moltitudine delle incertezze che caratterizzano la gioventù di ogni epoca storica. La vocazione da Clotilde è stata attentamente vagliata, seguita senza improvvisazioni, non accelerata dagli iniziali entusiasmi. Una vocazione che potremmo senz'altro definire adulta, nonostante la visione ricevuta a 16 anni, e che non ha escluso alcuna esperienza intermedia. Clotilde ha vestito per la prima volta un abito monacale quando aveva 38 anni e dopo aver fatto la casalinga dopo essere stata in Germania e aver fatto l'infermiera, dopo aver assistito i suoi familiari, dopo aver affrontato situazioni difficili. E Clotilde non esitò, a 42 anni, a lasciare il suo primo nome da religiosa, suor Maria Annunziata, per assumere, dopo terribili mesi di assenza di qualsiasi prospettiva, quello nuovo e definitivo di Suor Maria Serafina.
Non è da tutti attendere 24 anni, dal 1867 al 1891, per poter definitivamente rispondere ad una vocazione religiosa! E diventa anche naturale che tale ritardo abbia potuto suggerire, tra alcuni testimoni esterni o giudici ecclesiastici, il sospetto di "instabilità psicologica" e di "forme di inquietudine"105. E' altrettanto vero però che le incertezze, i ripensamenti, costarono molto a Clotilde che dovette sopportare non solo privazioni, ma anche moltissime umiliazioni. Talvolta un forte amor proprio, pur di evitare accuse di incapacità e di indecisione, può costringere a mantenere delle scelte che non si ritengono più idonee. Non fu certamente questo il caso della Micheli, la quale, al contrario, pur essendo laica e donna, non si lasciò suggestionare dai suggerimenti e dagli inviti di diverse autorità ecclesiastiche e non si lasciò condizionare dal giudizio della gente. Clotilde, per raggiungere quel traguardo, si lasciò guidare soltanto da una voce interiore che non sempre fu percepita da chi le stava accanto.



Dopo sei anni da quel 28 giugno 1891, nel dicembre 1897, una fonte
ecclesiastica, la Relazione di mons. Cosenza, dedicava poche righe alla presenza delle Suore degli Angeli: "Adest et alius recessus Monialium Angelicarum, sed eae sine regulis adprobatis neque per episcopalem auctoritatem exstant"106. Identiche parole, lo stesso vescovo, utilizzava per la Relazione del 10 dicembre 1900. Ma nel 1897, nonostante il Convento fosse ancora presso l'abitazione del dottor Piazza, le Suore Angeliche, che in realtà non avevano ancora un regolamento approvato né l'assenso ufficiale del vescovo, avevano già risposto a 4 inviti e avevano accettato di dirigere 4 istituti per l'infanzia. E nel 1900, nonostante le fonti ecclesiastiche continuassero a parlare di "alius recessus", quasi a voler minimizzare sulla esistenza di questo nuovo "gruppo" di donne consacrate, la presenza di quelle suore era già registrata in 8 paesi dell'Italia, in regioni anche del Nord. Chi cioè viveva in un "angolo" (questo è anche il significato di recessus!) della diocesi, aveva già questa notevole capacità di espansione.
La secolare ponderazione della gerarchia ecclesiastica, nei confronti di nascenti forme di vita comunitaria, suggeriva queste forme linguistiche che esprimevano distacco, lontananza, ma non riusciva poi ad avere conseguenze negative sull'incremento delle vocazioni del nuovo istituto al quale diventava possibile accettare le numerose richieste di presenza in nuove opere assistenziali che andavano sorgendo in più parti dell'Italia. Può darsi che il proselitismo sia stato favorito dalle non meglio definite "conferenze della Madre", di cui parla la Tabacchi, ma certamente un mezzo efficace di propaganda fu svolto dalle numerose amicizie che Clotilde aveva saputo creare e conservare durante il lungo viaggio che l'aveva portata da Imèr a Caserta. Nell'uno e nell'altro caso, sia che la Madre Serafina abbia programmato degli incontri per presentare gli obiettivi del nuovo Istituto, sia che la voce del nuovo Istituto si sia diffusa fra le vecchie amicizie, rimane centrale e fondamentale la figura della Micheli.
Certamente furono diverse, e non solo spirituali, le cause che favorirono il crescere di vocazioni femminili in quel periodo storico, ma rimane fondamentale il ruolo svolto dalle rispettive fondatrici delle numerose nuove Congregazioni religiose. Spesso quelle donne svolsero un ruolo da vere imprenditrici religiose, esse furono cioè non solo convinte della bontà e necessità del loro progetto, ma capaci soprattutto di creare consensi intorno al loro progetto. Illuminante l'analisi fatta dal Riccardi sul ruolo di queste donne, fondatrici di nuove Congregazioni. In questa riflessione, l'azione svolta da Madre Serafina, rimane perfettamente riconoscibile.107



In realtà, a distanza di due anni, la nuova istituzione voluta dalla Micheli era in crescita, anche se moderata, e poteva svolgere interessanti servizi assistenziali e formativi. Se ne ha testimonianza in due documenti collegati fra di loro.
Nel maggio 1893 la stessa madre Serafina, nel chiedere al Papa il permesso di mantenere nella Cappella privata dell'Istituto il SS. Sacramento, così descriveva la propria Comunità: " La supplicante tiene con sé: sette suore, dieci novizie, diciotto aspiranti, ed una scuola di circa quaranta alunne, e tutto ciò con licenza del Vescovo di Caserta mons. D. Enrico marchese De Rossi, il quale visitò e benedisse l'Istituto."108
La Congregazione del Concilio, alla quale era stata diretta la domanda, scriveva al vescovo il 24 luglio per avere notizie di Suor Maria Serafina del S. Cuore e per conoscere il parere sulla legittimità di una tale richiesta. La risposta del vescovo fu immediata e rappresenta uno dei documenti ufficiali più chiarificatori sulla crescita dell'Istituto e sui suoi rapporti con l'autorità vescovile. In esso il vescovo riassumeva le ultime vicende di Clotilde dalla "fuga" del monastero di Sgurgola, al fallimento del progetto di mons. Scotti -fallimento che viene nella lettera attribuito a padre Fusco- al ritiro presso "una religiosa famiglia in Casolla". Il vescovo precisava comunque di non aver benedetto né visitato l'Istituto, ma "solamente ho tollerato il fatto" spiegando comunque che tale sua tolleranza non era disgiunta da un sentimento di gratitudine in quanto "s'industriano le dette suore di fare apprendere il catechismo ai bambini di ambo i sessi"109. Si tratta certamente di una lettera ufficiale con la quale il vescovo intendeva sollevare se stesso da qualsiasi futura responsabilità sull'esito di quell'esperienza religiosa iniziata nella sua diocesi. Ed è una lettera che anticipava quel giudizio di Istituto che viveva in un "angolo"!
La lettera, pur così puntuale nel riferire particolari che non deponevano a favore della Madre Serafina, in realtà conteneva giudizi positivi su quelle Suore e lasciava facilmente comprendere che il vescovo non aveva nulla da eccepire sulla vita in comune condotta da quelle suore, anzi esprimeva gratitudine per l'aiuto che riceveva nell'insegnamento del catechismo.110 Oggi quella lettera del vescovo acquista un diverso valore perché si conosce quale esito abbia avuto la Congregazione delle Figlie dell'Immacolata e quale conclusione la vicenda della stessa Madre Fabiano111. Oggi non solo possono essere superate le doverose perplessità del vescovo, non solo scompare qualsiasi dubbio sull'operato di Madre Serafina, ma è possibile attribuirle ogni merito nell'aver saputo, con coraggio, perseguire il suo obiettivo nonostante i numerosi ostacoli e le diffidenze incontrate.
Al di là delle distinzioni e delle precisazioni della gerarchia, dettate anche da esigenze burocratiche, la presenza di quelle suore era ormai una realtà seguita con attenzione dagli organismi ecclesiastici e con favorevole interesse dai responsabili delle tante iniziative sociali di inizio secolo.


La nuova Congregazione era ancora formata dalle poche suore del nucleo
storico e già dovette discutere sull'opportunità o meno di accettare le prime chiamate presso istituti di assistenza.
Si era appena aggiunta alle prime sette suore Angela Nardiello, proveniente da Santa Maria in Capua Vetere, quando alla madre Serafina fu chiesto che le suore assumessero la direzione dell'orfanatrofio Fiorillo-Lucarelli che sorgeva proprio in quel paese. Certamente la vocazione della Nardiello avrà potuto favorire una tale richiesta, ma anche tra i vescovi della Regione si andava ormai diffondendo la notizia della nuova Congregazione e alcuni ricorsero alla madre Serafina per risolvere i loro problemi anche di assistenza religiosa.
Madre Serafina accettò quell'invito e il 1 maggio 1893 fu inaugurato il piccolo Orfanotrofio che ospitava appena dodici orfanelle, e le suore degli Angeli cominciarono a partire da Casolla per adempiere al loro mandato.112
Non conosciamo il numero delle richieste pervenute alla nuova Congregazione, né se vi siano stati da parte di questa dei rifiuti, ma i primi impegni assunti dalle suore rispondevano pienamente alle loro finalità che miravano a coniugare l'aspetto contemplativo con l'aspetto di un attivo apostolato.
Significativamente Madre Serafina volle chiamare le sue case "Case di Missione" e tali furono ovunque furono aperte. Così una suora, dopo qualche anno, sintetizzava il compito istituzionale della nuova Congregazione: "...le suore fondate dalla Madre Serafina devono alla preghiera alternare le opere proprie della carità e dell'apostolato, anzi queste opere devono compierle con tale santità di modi e di intenzioni da formare con esse come un inno che, quasi laude perenne e vivente, valga a soddisfare all'obbligo sublime della Divina Adorazione. E così le suore insegnano negli asili e nelle scuole, nei laboratori e negli orfanotrofi, negli educandati e negli Oratori; assistono gli infermi nei pubblici ospedali e nei Ricoveri, preparano vesti e cibi ai futuri Ministri del Santuario; si applicano cioè a tutte quelle opere di misericordia di apostolato che illuminano le giovani intelligenze, confortano e sollevano i cuori degli infermi e dei vecchi, curandone ed assistendone i corpi, a guisa degli Angeli che pur fanno tutto ciò in pro delle anime mentre i loro occhi mirano continuamente la faccia del Padre".113
Chi scriveva queste righe sintetizzava bene le diverse attività svolte dalle suore, le diverse presenze della nuova Congregazione, soprattutto nel Mezzogiorno d'Italia, ma anche nel Trentino.
Le Case che sorsero in quei primi anni farebbero credere ad un incremento strepitoso delle vocazioni, invece la Congregazione, ad eccezione degli anni 1893, 1894 e 1895 quando si contarono 9 vestizioni per anno, conobbe una crescita moderata e le vocazioni furono sempre di qualche unità all'anno.114 Nonostante ciò madre Serafina cercava di soddisfare le richieste che le venivano rivolte anche perché preferiva creare delle piccole case-famiglia con due o tre suore, e non grandi Conventi.
Iniziava così, con sorprendente disponibilità, l'esperienza formativa e assistenziale della nuova Congregazione. Una disponibilità nuova in quegli anni così difficili per la Chiesa e per qualsiasi sua istituzione. Una disponibilità che traeva ispirazione dalle coraggiose iniziative di Leone XIII e dal programma della sua Rerum Novarum. Madre Serafina non fu certamente una teorica della dottrina sociale, né vi sono nei suoi scritti riferimenti ad un tale magistero, ma senza dubbio la sua Congregazione è piena di quello spirito. Le suore seppero accogliere l'invito che veniva rivolto ai cattolici in quegli anni perché "uscissero dalle sagrestie", e seppero individuare nuovi spazi d'intervento. Ma la generosa disponibilità non fu priva di cautele e, comunque, fu sempre nella piena osservanza delle norme ecclesiastiche. C'è un piccolo documento che attesta questa sensibilità ecclesiale di Madre Serafina la quale, agli inizi del 1894, quindi prima che la sua Congregazione potesse estendere la presenza nelle regioni italiane, si preoccupò di chiedere se fosse possibile che una Congregazione religiosa, si era ai tempi del Non-expedit, potesse collaborare con le autorità amministrative o governative e, magari, rendere il proprio servizio in strutture sottratte alla Chiesa con la Legge sulle Opere Pie. La risposta pervenne alla Madre il 20 aprile 1894 ed era suffragata da un giudizio della segreteria della Congregazione dei Vescovi: "..si può senza alcun dubbio assistere infermi, scuole, orfanotrofi ed altro, benché siano entro luoghi indemaniati e benché dipendenti da Municipi ovvero dalle autorità governative".115 Madre Serafina, cioè, temeva di poter, con l'attività del suo Istituto, eludere il dettato ecclesiastico che vietava ogni collaborazione con lo Stato usurpatore dei diritti della Chiesa. Il prestare servizio alla società, ma dietro chiamata di quelle forze politiche che producevano leggi antiecclesiastiche, poteva sembrare una mancanza di coerenza da parte delle suore. La risposta ottenuta da Roma eliminava ogni dubbio.


Fu quindi con entusiasmo e con sicurezza che accolse la proposta che le
veniva da una provincia, Belluno, che ella aveva avuto modo di conoscere e dalla quale era stata costretta a fuggire. Madre Serafina ricordava benissimo l'esperienza avuta con Giulia Andrich, con il "pio arciprete" don Barpi, con padre Cerebotani, ma non serbava rancore verso quell'ambiente.
Da Belluno fu chiamata da "un sacerdote di santa vita", don Antonio Sperti, il quale "conosceva già da alcuni anni la nostra Madre e la sorella di lui".116 In realtà, come racconta la stessa Tabacchi, Fortunata, dopo la morte del padre, nel 1885, si recò a Belluno e prestò servizio in quell'ospedale "prendendo alloggio nell'allor nascente Orfanotrofio Sperti".117 Nel 1894 don Sperti, che aveva visto partire Fortunata e che aveva saputo della nuova Congregazione, chiedeva l'intervento delle suore per quell'orfanotrofio che egli stesso aveva aperto fin dal 1855, quando scoppiò un terribile colera, per i bambini d'ambo i sessi.118
Le suore degli Angeli raggiunsero Belluno per aiutare il generoso sacerdote il quale per l'incremento del numero degli orfani, si trovava in difficoltà organizzative. Il viaggio della Madre a Belluno avvenne negli ultimi mesi del 1894, ma già in precedenza, nel 1893, ben cinque delle vocazioni della nuova Congregazione erano venute da Belluno e fra queste vi era quella di Elena Fant, "governante" di don Sperti.119
In quelle vocazioni, e soprattutto in quella di Elena Fant, certamente amica di Fortunata, vi è la spiegazione della chiamata delle Suore degli Angeli e del loro arrivo a Belluno, arrivo salutato con il più grande entusiasmo da don Sperti. Quasi certamente quelle vocazioni furono promosse e dirette dallo stesso don Sperti e scelte fra le collaboratrici e le stesse ospiti dell'orfanotrofio. Delle cinque che chiesero di vestire l'abito delle suore degli Angeli, due avevano 45 anni, e fra queste proprio Elena Fant; una aveva già 47 anni e due contavano rispettivamente 22 e 23 anni. L'ambiente nel quale sorsero quelle vocazioni fu l'orfanotrofio più che l'intera chiesa di Belluno, per questo la figura di Don Sperti e quella di Elena Fant acquistano importanza nella storia della Congregazione. E si comprende come, con la morte del sacerdote, avvenuta nel 1898, e con quella della Fant, avvenuta nel 1902, l'esperienza di Belluno andrà pian piano esaurendosi.
A Don Sperti comunque fu sufficiente l'esperienza di un anno per convincerlo ad esprimere tutta la sua riconoscenza alle suore mediante un testamento che nominava erede universale dei suoi beni la stessa Elena Fant e madre Serafina.120
Quella riconoscenza era la naturale conseguenza di una profonda stima espressa più volte nelle lettere inviate a Madre Serafina. Nel maggio 1894 don Antonio così scriveva alla Micheli: " Suor Serafina! Iddio lo vuole il suo Ordine. Iddio lo farà prosperare e noi lavoriamo tutti per questo".121 E nel luglio 1894, prima che le suore raggiungessero Belluno, don Sperti ne invocava l'arrivo: " Vengano adunque a far del bene alle anime nostre, ed a tutte quelle che possono profittare dell'opera nostra.... Vengano perché ve ne è proprio bisogno".122 Ma nella stessa lettera quel sacerdote lasciava intendere di non essere del tutto estraneo al buon andamento della nuova Congregazione fino a chiamarla "nostra". " A mio vedere, scriveva, le cose van bene abbastanza perché tutti siamo animati da buon spirito, ma nel tempo stesso dobbiamo pur confessarlo che ci manca la perfezione dall'Ordine nostro, e ciò più per ignoranza che per altro, ignoranza che non può essere guarita che da quelle che Iddio ha prescelto a fondarlo".123
Per Madre Serafina però quella chiamata da Belluno, quella profonda stima di don Sperti, ma ancora di più quelle vocazioni che sorgevano a Belluno, significavano qualcosa in più, una specie di compenso, sia pure tardivo, alle sue dolorose decisioni prese negli anni ormai lontani. Era fuggita da un progetto di una nuova Congregazione che la voleva inopportunamente coinvolgere, e ritornava con una sua propria Congregazione che vedeva già essere apprezzata e seguita. Non era una rivincita, ma la testimonianza della sua fedeltà ad una vocazione che era stata spesso equivocata e della quale si era tentato anche una strumentalizzazione.
Ma i sospetti e le diffidenze non scomparvero del tutto, anche se addolciti da giudizi che non potevano tacere , o nascondere il bene che quelle suore andavano facendo.
Morto don Sperti " le suore restarono proprietarie assolute dell'orfanotrofio", ma " ....cominciaron le lotte poiché varie persone di Belluno, compreso qualcuna che apparteneva alla Curia, mal sopportavano che le suore meridionali fossero alla direzione dell'orfanotrofio".124 Colpisce una tale motivazione antimeridionalista che trova però riscontro in un documento di Curia dove si parla di " queste cosiddette suore" le quali " prese in generale difettano di sode cognizioni e di buon criterio " anche se viene loro riconosciuta " una condotta morale ottima" e " buona volontà".125 E lo stesso documento evidenziava come l'autorità ecclesiastica era rimasta estranea alla chiamate di quelle " cosi dette suore", anche se poi riconosceva un merito " per l'insegnamento della dottrina cristiana in chiesa".
Anche questa esperienza la Madre Serafina volle affidarla a non più di quattro suore tra le quali scelse come direttrice la stessa Elena Fant divenuta suor Maria Fede. Era conservata anche a Belluno l'idea di casa- famiglia più che di Convento e, forse, questa non consueta immagine di casa religiosa contribuì a creare in qualche autorità ecclesiastica quell'incertezza di giudizio racchiusa nell'espressione " cosi dette suore".
Una piccola Congregazione, quindi, quella delle Suore degli Angeli che si moltiplicava in piccole comunità a servizio dei piccoli centri abitati: era anche questa una dimensione del silenzio!
Ma l'esiguità del numero fu anche interpretata negativamente e non mancò chi accusò quelle suore di inerzia: " il fatto è che quelle poche che sono qui attendono ad una quindicina di orfane, sono anche buone, ma avendo locali e cortili in cui potrebbero far tanto bene alle figlie del popolo , non fanno nulla. Dietro mia preghiera hanno permesso che vi vengano delle buone signore della città ad occuparsi la festa intorno a queste figlie del popolo, facendovi un ricreatorio festivo. Per questa inerzia godono poca stima in città".126 L'esperienza di Belluno terminerà nel 1923, ma negli anni l'intera provincia continuerà ad offrire parecchie vocazioni alla Congregazione delle Suore degli Angeli.127


E Belluno dista poco da Pieve di Cadore. Anche qui, luogo tanto caro alla
memoria di Clotilde e alla sua profonda devozione verso il SS. Crocifisso di Cadore, Madre Serafina ebbe l'occasione di soddisfare le richieste del giovane parroco don Luigi Bernardi che dovette aprire un asilo per l'infanzia presso la sua parrocchia per volontà del suo predecessore don Antonio Davià.
Erano i primi mesi del 1895 e don Luigi era parroco da tre anni. Secondo il racconto della Tabacchi, che all'epoca aveva due anni e da orfana era ospitata in quella canonica, madre Serafina fu accolta da don Bernardi il quale " avvinto dalle virtù che in lei rifulgevano" le chiese di aiutarlo nella istituzione dell'asilo.128
La proposta fu subito accolta e furono inviate tre suore. Anche in questa occasione la generosità popolare fu immensa e l'Istituto ottenne in dono "una casetta" che servì come abitazione per le suore.
Questa volta però l'esperienza della casa- famiglia non fu felice e "per la lontananza dalla Casa- Madre e dalle altre case le suore di questo asilo perdettero lo spirito religioso"129. Ma si verificò anche un cambiamento di giudizio da parte dello stesso don Bernardi che, in una lettera del 1910, accusava di "falso misticismo" la Micheli. Nel 1913 le suore lasciarono Pieve di Cadore e donarono a don Bernardi ciò che loro avevano ricevuto dalla generosità dei cittadini.
Ancora una volta le regioni che videro nascere Clotilde e che le diedero la prima formazione umana e cristiana non accolsero del tutto favorevolmente la nuova istituzione. All'iniziale entusiasmo che sembrava preludere ad una facile diffusione della Congregazione, nelle regioni nord-orientali della penisola, subentrò dapprima la diffidenza poi il sospetto e infine la calunnia, e sparirono, nel volgere di qualche decennio, tutte quelle opere che erano state fondate dalle suore degli Angeli. L'accusa più circostanziata, più insistente e anche più calunniosa, fu quella di falso misticismo, forse diremmo meglio di isterismo religioso. Questa accusa sembrava preoccupare maggiormente l'autorità ecclesiastica, nonostante le smentite che venivano dal vescovo di Cerreto, e nonostante si accertava poi che quell'accusa provenisse da fonti sospette, da giovani cioè che lasciavano, per motivi personali, la vita consacrata.
In altri tempi, e con altri vescovi, nelle stesse regioni, fenomeni di misticismo, anche più radicali e più facilmente sospetti, erano stati giudicati diversamente con maggiore cautela e anche con maggiore fiducia. Il vescovo di Trento, Mons. Giovanni Nepomuceno, nella sua relazione del 1837, denunciava due casi di giovani fanciulle "che sembrano ripiene di grazie particolari" e dopo aver descritto i due casi così concludeva: "Non sono certamente io colui che possa dare un giudizio su tale insolito e strano caso delle due fanciulle", solamente si augurava che le due "rispondendo ai mirabili doni di Dio con tutta umiltà potessero rimanere fedeli alla propria salvezza, all'edificazione del popolo, alla gloria di Dio".130 Certamente si tratta di uno stile pastorale diverso, di una diversa sensibilità, ma anche di una completa libertà di giudizio che non sembra essere del tutto presente in chi faceva proprie certe accuse rivolte alle Suore degli Angeli. Quelle accuse non venivano messe in dubbio nemmeno dopo una accertata ottima moralità delle suore e da una loro piena e totale disponibilità all'aiuto pastorale in parrocchia.
Il dubbio che non vi sia stata completa libertà di giudizio nell'avallare da parte dell'autorità ecclesiastica l'accusa di falso misticismo è sostenuto dalla constatazione che quasi sempre quell'accusa era fatta propria da chi tentava di entrare in possesso dei beni che le suore avevano ricevuto dalla generosità popolare e, ancora, da chi non riusciva sempre a celare un negativo giudizio sulla gente del Mezzogiorno: "Non so come sia avvenuto che il fondatore dell'orfanotrofio di Belluno, il defunto don Antonio Sperti, abbia lasciato erede dell'Istituto alcune, od una, di queste suore, mentre si potevano averne tante suore dell'Alta Italia fornite di miglior spirito. Forse anche quel sant'uomo restò preso alla fama di estasi e di cose soprannaturali che si contavano in quell'Ordine." 131 Giudizio espresso nel 1910 e che ripeteva quello già espresso nel 1900 quando il vescovo di Trento scriveva, meravigliandosi di una chiamata rivolta a quelle suore, "mentre abbiamo in paese parecchie famiglie religiose provate per esperienza ormai lunga e che presentano per la qualità dei soggetti il carattere della desiderabile omogeneità con la popolazione nostrale."132
In un manoscritto conservato presso l'archivio delle Suore, a Napoli, si legge che la motivazione della chiusura della casa di Pieve di Cadore fu dovuta al fatto che "mal sopportavano le suore meridionali". Quella motivazione trova conferma nei giudizi sopra riportati.

Di ritorno dalle sue regioni, Madre Serafina dovette sottoporsi, dietro le
insistenti premure delle suore e dello stesso vescovo di Caserta, mons. Cosenza, ad un intervento chirurgico, ritenuto dai medici assolutamente necessario.
Ma la convalescenza, trascorsa in un sobborgo al di sopra di Caserta, Sommana, non interruppe l'operosità. Insieme alle suore che l'assistevano, Madre Serafina istituì in quella parrocchia la Congregazione delle Figlie di Maria, così come aveva fatto, nel 1885, di ritorno dalla Germania, nella sua Imèr, e l'associazione dei Luigini. Può darsi che le iniziative, prese dal piccolo gruppo di suore che dimorarono a Sommana, siano state soltanto queste a carattere parrocchiale, e non, anche, come scrive suor Natività, l'istituzione di una scuola e di un asilo d'infanzia. Di Sommana, infatti non vi è traccia nei documenti d'archivio delle suore. E' probabile, comunque, che a Sommana Suor Serafina abbia sollevato, presso le autorità amministrative, l'urgenza di una tale istituzione e si sia interessata anche ad offrire un iniziale e momentaneo aiuto, ma "sul finire del 1898 fu costretta a ritirare di là le sue suore perché l'opera loro non trovò corrispondenza da parte delle locali autorità".133
La difficoltà dei rapporti con alcune autorità amministrative fu reale e creò non pochi problemi alla Micheli la quale, da un lato era costretta a spiegare la sua nuova visione di apostolato ai vescovi e al clero, a rendere accettabile la nuova figura di suora a popolazioni legate ad antiche tradizioni e ad antichi ruoli femminili, e dall'altro era attenta a contrastare la politica massonica e socialista che tendeva con ogni mezzo ad evitare una nuova riappropriazione degli spazi sociali da parte della chiesa, dopo la soppressione degli Ordini religiosi e l'incameramento dei beni ecclesiastici. E a Caserta, come in tutta Italia, la presenza massonica era attiva anche in ambienti ecclesiastici. Nel Sinodo di Caserta, infatti, celebrato da mons. De Rossi nel 1884, si fece riferimento alle "veementissime tempeste che agitavano la chiesa" e si precisava che tra le forze decise a distruggere la chiesa vi era "la perniciosissima setta massonica".134 Madre Serafina trovò lungo il suo cammino ostacoli politici ed ideologici e dovette anche subire attacchi da giornali anticlericali.135
La tappa di Sommana testimonia, comunque, l'impegno assiduo, e quasi assillante, di Madre Serafina nel diffondere la sua Congregazione. Impegno che si faceva più urgente proprio nei momenti più difficili per la sua salute, momenti come quelli del 1895.



Casuale fu l'arrivo delle suore a Faicchio, guidate da una signora, Maria
Monti, antica conoscenza romana di Clotilde. Il racconto riportato dalla Tabacchi, sulla "scoperta" di Faicchio e sull'immediato gradimento da parte di Madre Serafina, sembra, a prima vista, frutto di affettuosa fantasia136, e invece molti particolari trovano pieno riscontro in una documentazione della stessa Amministrazione comunale di Faicchio.
Inaspettate conseguenze ebbe la spontanea lamentela del vecchio Filippo Cusano sull'abbandono di un vecchio Convento esistente a Faicchio e l'ingenua richiesta rivolta alla signora Monti perché s'interessasse ad un eventuale restauro e successiva utilizzazione. L'amore del vecchio per il suo paese e la sensibilità sociale della signora, convinta dell'urgenza di istituire in quel centro un asilo, convinsero la Micheli, interessata del caso, ad effettuare almeno una visita a Faicchio e ai ruderi dell'antico Convento. Quella visita, nell'ottobre 1897, sembrò poi non poter avere un esito positivo in quanto "per il lungo decorso del tempo, per la incuria degli uomini e per l'opera distruttrice del tempo e del terremoto, il locale ruinò presto e completamente e fu reso inservibile a qualsiasi uso".137 Ma l'intervento della locale Congrega di carità, presieduta da Michele Pascale, riaprì le speranze chiedendo all'Amministrazione comunale "di ricostruire il fabbricato a scopo di beneficenza e di istruzione". Dopo qualche settimana "il Consiglio comunale di Faicchio con deliberazione del 12 dicembre 1897 e 1 gennaio 1898, debitamente approvato dall'autorità tutoria, decise di concedere alla Congrega l'area del fabbricato a condizione che dovesse sorgervi e funzionare un asilo per i fanciulli poveri".138 Il vecchio desiderio dell'anziano Filippo stava per avverarsi. La ricostruzione del Convento fu condotta a termine verso la fine del 1898 e, ottenuto il consenso del vescovo di Cerreto mons. Michele Jannachino, il 2 gennaio 1899 le suore prendevano possesso dei locali e davano inizio all'attività dell'asilo.
La presenza di quelle suore si estendeva, ma la piccola Casa-madre rimaneva ancora a Casolla presso la privata abitazione del dottor Piazza. All'esterno di quella costruzione nessun segno di grandezza lasciava immaginare quanto interesse suscitasse l'Istituto accolto in quelle stanze e quante richieste arrivassero a quelle suore. Nel 1899 le suore erano già 37 e la Congregazione, oltre Casolla, manteneva 4 Case di Missione e cioè Santa Maria Capua Vetere, Belluno, Pieve di Cadore e Faicchio.
Tanti e diversi i problemi che Madre Serafina, insieme alle protagoniste della storica vestizione del 28 giugno 1891, andava affrontando, nonostante la sua cagionevole salute. Anche l'esperienza di Faicchio stava per fallire "essendo venuto a mancare completamente l'aiuto del Municipio", ma "per non distruggere l'opera così lodevolmente iniziata e per non far deperire di nuovo il ricostituito edificio, l'altra costituita signora Micheli, inoltrò all'Amministrazione comunale di Faicchio istanza per acquistare quel fabbricato. Ed il Consiglio comunale con deliberazione del 13 ottobre 1904 decise di alienarsi il detto locale col concorso della locale Congrega di Carità per la somma di lire 9mila".139
Si attuava così completamente, dopo sei anni, l'auspicio formulato dall'anziano Filippo Cusano e a Faicchio non solo continuò a funzionare l'asilo, ma fu trasferita la Casa-madre che per tre anni era stata alloggiata presso la casa del dottor Petriccione a Briano.
Mons. Jannacchino fu felicissimo ed ebbe modo di apprezzare sempre più quella Congregazione e di difenderla sempre dalle accuse e dai sospetti. Quando nel 1912 chiedeva al Papa il Decreto di lode per quelle suore così scriveva: "esse arrecano molto vantaggio al paese dove si trovano sia con l'impartire l'istruzione elementare alle bambine che frequentano quella casa, sia con l'impartire l'istruzione catechistica e sia con l'esercitare la carità verso il prossimo nel miglior modo che è loro consentito".140
La casualità dell'arrivo delle suore a Faicchio risulta evidente dal racconto che ci è stato trasmesso, ma è singolare il significato che assume quella scelta di un vecchio e cadente convento destinato ad essere Casa-madre e sede del Noviziato della nuova Congregazione. In quell'atto amministrativo di compra-vendita, dietro quel linguaggio così tecnico, si nasconde la descrizione del passaggio ad una nuova stagione della storia della chiesa, il passaggio ad una nuova strategia pastorale, ad un nuovo ruolo delle Congregazioni religiose, e di quelle femminili in particolare. E' lecito interpretare quel recupero di un vecchio Convento, già requisito dal demanio, come la vittoria della chiesa sul tentativo delle forze politiche di emarginarla sempre più dalla società civile.
Nelle vicende di quel Convento, passato dai padri Carmelitani alle suore degli Angeli, si snoda una lunga e complessa storia della chiesa. Nel Mezzogiorno ai vecchi, maestosi e ricchi conventi si andavano sostituendo nuove e più agili congregazioni che sceglievano di vivere fra la gente più povera e più bisognosa. Ad una chiesa che aspettava la gente e l'accoglieva fra mura sicure e pareti affrescate, si sostituiva una chiesa che andava fra la gente per essere accolta e per dividere con essa i problemi quotidiani. Le suore degli Angeli seppero superare l'astiosità dei nemici perché seppero cogliere i nuovi bisogni della società e soddisfare le esigenze della popolazione. Questo significato è nascosto nel linguaggio notarile di quell'atto stipulato fra le Suore, l'Amministrazione comunale e la Congrega di carità di Faicchio.


Il nuovo secolo si apriva con le più promettenti speranze per le Suore degli
Angeli. Ben tre nuove Case-missione furono aperte in quell'anno.
La prima proposta fu avanzata, ancora una volta, dalla signora Maria Monti, la stessa che aveva convinto Madre Serafina a recarsi a Faicchio e che questa volta aveva suggerito alla Società contro l'accattonaggio di Roma di chiamare le Suore degli Angeli. Ottenuto il consenso del Vicariato, le suore iniziarono la loro attività il 16 aprile 1900. Tre furono le suore inviate a Roma e la loro opera ottenne subito un grato riconoscimento da parte delle autorità ecclesiastiche della città.
Conosciamo quanta devozione avesse Madre Serafina verso la città di Roma e verso la figura del Papa, ed è facile immaginare quanta gioia e soddisfazione le abbia procurato l'attestato del Vicario generale del Papa, cardinale Pietro Respighi, il quale in data 7 gennaio 1903, confermava che le suore "nei locali della stessa Società in Via Salaria offrono la loro assistenza ai fanciulli poveri qui raccolti" e che la loro opera era "affettuosa e continua".141 Ma quella gioia fu breve e presto fu mutata in dolore: Madre Serafina, per aver riscontrato, negli anni successivi, una "mancanza di spirito religioso" e per evitare che quell'opera finisse con il dare "cattivo esempio ai secolari", decise di ritirare da Roma le suore che lasciarono definitivamente quella Società il 31 dicembre del 1906.
La seconda proposta partì dal territorio della diocesi di Caserta. Le suore ricevettero l'invito a dirigere l'asilo infantile "Principe Umberto", che sorgeva a Tuoro, frazione di Caserta. Madre Serafina, dopo aver ottenuto il consenso da parte del vescovo mons. Cosenza, inviò le suore nel gennaio 1900. Questa esperienza, dopo 13 anni, fallì per "continui disordini e per la debole virtù di alcune suore". Madre Serafina cercò tutti i mezzi possibili perché, soprattutto nella diocesi della sua Casa-madre, non si verificassero scandali, ma dopo la sua morte non fu più possibile attendere che quelle suore rivedessero i loro comportamenti.
Nel 1913, quindi, due Asili erano lasciati dalle suore: quello di Tuoro e quello di Pieve di Cadore. Le cause che portarono alla chiusura dei due asili furono diverse, ma identica la preoccupazione che sostenne Suor Maria degli Angeli nel prendere quella decisione.142
Non ebbe maggior fortuna la terza iniziativa di quell'anno 1900. La proposta questa volta partì da una nobildonna e dalla stessa autorità del paese, e si trattava di una proposta che riempiva di grande soddisfazione l'animo della Micheli. Finalmente dalla provincia e dalla diocesi della sua infanzia, dalla stessa Trento, partiva la richiesta di voler accettare la direzione dell'asilo infantile "Francesco Giuseppe I". Il paese era Levico.
La contessa Augusta Roberti di Bassano Veneto e il Podestà di Levico chiesero all'arciprete del paese di voler chiedere e ottenere l'assenso del vescovo per una tale chiamata. La richiesta fu inoltrata per formalità pastorale e anche perché prevista dallo stesso Regolamento delle Suore, ma prima che arrivasse l'assenso ufficiale del vescovo, e precisamente il 15 ottobre 1900, le suore erano già a Levico. Il 5 novembre, invece, all'arciprete arrivava da parte del vescovo un assenso "a malincuore" con il quale quel vescovo precisava che avrebbe preferito che il contratto "come è di pratica e di prammatica mi fosse stato presentato dalle suore", anche se poi egli stesso precisava che "il vescovo non può prendere ingerenza in quanto è stipulato da un Comune".143 Ma quella risposta esprimeva il disappunto per quella scelta che veniva accettata solo "per deferenza" all'autorità comunale: " Come mi permisi di dire allo stesso Podestà non posso che a malincuore consentire alla introduzione in Diocesi di una nuova Congregazione (la quale del resto io non conosco punto) mentre abbiamo in paese (lasciando pure quella che già esiste in Levico) parecchie famiglie religiose provate per esperienza ormai lunga e che presentano per la qualità dei soggetti il carattere della desiderabile omogeneità della popolazione nostrale".144
Si direbbe che sia un elemento ricorrente nella vita della Congregazione la dichiarata estraneità dell'autorità vescovile nei confronti della presenza di quelle suore nella rispettiva diocesi. Estraneo si era dichiarato, nel 1893, il vescovo di Caserta, mons. De Rossi; estraneo si dichiara, nel 1900, il vescovo di Trento; ed estraneo, nel 1901, si dichiarerà il vescovo di Belluno. Estraneità diversamente motivata, diversamente sentita, ma chiaramente espressa anche di fronte ad una entusiastica accoglienza riservata dalla gente semplice. Lascia riflettere un simile contrastante atteggiamento tra l'autorità ecclesiastica, esitante e perplessa di fronte ad una nuova esperienza religiosa e ad un nuovo stile monastico, e il popolo entusiasta e soddisfatto di quella più "visibile" umanità delle suore.
Il vescovo di Trento, comunque, oltre a ribadire la non "omogeneità" culturale di quelle suore con la popolazione locale (eppure non tutte le suore erano delle regioni del Sud d'Italia!), riteneva "troppo scarso e mal sufficiente il salario assegnato a tre suore" anche se poi aggiungeva "ma, naturalmente, dei loro modi e intenzioni non ne so nulla".
Durò appena cinque anni la presenza delle suore a Levico, infatti "il 1 ottobre 1905 le suore furono costrette a ritirarsi definitivamente, avendo il partito contrario chiamato un altro Istituto religioso, ossia quelle dell'Ospedale di Levico".145 Era cambiato l'orientamento politico dell'Amministrazione comunale o il vescovo aveva convinto sull'opportunità di un Istituto più omogeneo? Non ci sono documenti per rispondere ad un tale interrogativo, né Madre Serafina ha lasciato testimonianze del suo dolore nel veder fallire quella Casa di missione nella sua terra natale.


Si concludeva, intanto, il primo decennio della nuova Congregazione e il
bilancio di quegli anni poteva ritenersi soddisfacente. Le suore erano ormai 41 e nove le Case di missione. La Campania e il veneto rimanevano le regioni che offrirono un maggior numero di vocazioni, seguite dalla Puglia. La casa del dottor Piazza, nella piccola Casolla, era ormai insufficiente ad ospitare Suore, Noviziato ed Asilo. Nel 1901, grazie alla generosità della vedova del dottor Petriccione, la Casa-madre poté essere trasferita a Briano, nella stessa palazzina dove, esattamente dieci anni prima, era avvenuta la prima vestizione di quelle suore e la fondazione dell'istituto.
Vi erano ragioni di soddisfazione nel constatare la diffusione dell'istituto, rimaneva il problema della salute della Madre Serafina e il riconoscimento ufficiale da parte della Santa Sede. Non mancarono altri problemi soprattutto con le case di Belluno. La madre, nel 1902, dovette ritornare in quei luoghi non solo, come scrive la Tabacchi, "per visitare quelle sue figlie", ma per risolvere alcuni problemi interni alle due comunità e problemi di rapporti con l'autorità ecclesiastica. Infatti, subito dopo la morte di don Sperti, il vescovo di Belluno, mons. Bolognesi, scrivendo a madre Serafina aveva giudicato "provvisorio lo stato presente di codesto orfanotrofio" e aveva proibito non solo di accettare nuovi orfani, ma "molto meno di introdurre nuove aspiranti allo stato di suore".146 Erano le premesse per poter diversamente gestire quell'orfanotrofio, ma la presenza della superiora Suor Fede, la già collaboratrice di don Sperti Elena Fant, non permise subito il passaggio ad una amministrazione diocesana. Madre Serafina dovette, comunque, più volte intervenire e chiedere l'autorevole intervento del vescovo di Caserta per smentire alcune false notizie che circolavano sulla sua Congregazione. Anche il successore di mons. Bolognesi, mons, Cherubin, continuò a mantenere, come si è già visto, un atteggiamento di diffidenza verso quelle suore alle quali rimproverava la mancanza di obbedienza.147 Anche per questi motivi Madre Serafina dovette ritornare a Belluno, e qui "si ammalò di nuovo gravemente".
I primi anni del nuovo secolo furono, quindi, dedicati non solo ad affrontare e risolvere i problemi delle varie Case, a completare l'acquisto del complesso di Faicchio, dove nei primi mesi del 1904 fu trasferita la Casa-madre, ma anche a scrivere le Costituzioni e a chiederne l'approvazione. Per quest'ultimo problema Madre Serafina chiese l'intervento di padre Antonio Intreccialagli, provinciale dei Carmelitani scalzi a Roma. Furono anni pieni di impegni e di preoccupazioni per Madre Serafina che continuava a non stare bene. Inutili i consigli che lo stesso padre Intreccialagli le inviava148: il caso di Levico e il caso di Roma preoccupavano la Madre.
La responsabilità di una fondatrice è fondamentalmente responsabilità materna: essa è assidua, completa, generale. Non è la responsabilità di chi deve controllare degli oggetti o delle persone estranee, ma la responsabilità di chi segue con amore e con ansia la crescita delle proprie creature. E' una responsabilità che talvolta causa dolore, soprattutto quando l'affetto è tradito e la preoccupazione viene derisa e criticata.
La chiusura della Casa di Levico, nel 1905, per "mancanza di omogeneità" e la chiusura della Casa di Roma, nel 1906, "per mancanza di spirito religioso", non potevano agevolare una pronta e totale guarigione. Non mancarono, comunque, attestati di benemerenza rilasciati, in quel periodo, dai vescovi, e questo contribuì a donare serenità e fiducia. Lo stesso vescovo di Belluno, che qualche anno prima aveva procurato problemi e sofferenze, nel maggio 1902, scrivendo alla Sacra Congregazione dei Vescovi sosteneva l'approvazione degli Statuti "considerato il buon contegno delle suore, e le cure solerti e lo spirito da cui sono animate".149 Nel gennaio 1903 arrivò a Madre Serafina quel gradito attestato del cardinale Respighi, e alla fine dello stesso anno due affettuose testimonianze. Quella del vescovo di Telese, mons. Jannacchino, il quale scriveva "Assai bene hanno fatto e vengono facendo e per l'educazione cristiana e morale della donna e per il catechismo ai figli del popolo"150, e quella del vescovo di Caserta, mons. Capecelatro, il quale, usando esattamente le stesse espressioni del vescovo Cherubin, lodava "il loro buon contegno, le cure solerti e lo spirito da cui sono animate".151


Nonostante tutto, nonostante cioè la malattia della Madre, le opposizioni
subite da parte di alcune Amministrazioni comunali o di Opere Pie, nonostante i pregiudizi di qualche vescovo e "alcuni inconvenienti" legati alla stessa vita vocazionale di qualche suora, l'Istituto di madre Serafina continuò ad espandersi e a ricevere riconoscimenti di efficienza professionale e di grande disponibilità pastorale. Altre diocesi, e quindi altri vescovi, conobbero le Suore degli Angeli.
Nel 1906, nella diocesi di Teano, le suore iniziarono due diverse attività. Il 2 giugno 1906, a Roccamonfina, località certamente nota a Clotilde per esserci stato un tempo, come Padre Guardiano, lo stesso Padre Fusco, le suore aprirono una scuola di lavoro e un asilo infantile. Furono chiamate dalla signora Michelina Damiani e svolsero così bene i loro compiti da ricevere, in seguito, dallo stesso Comune, l'affidamento di una scuola mista di 4 e 5 classe elementare. Ma non smisero di occupasi del catechismo per la preparazione dei fanciulli alla Prima Comunione.152
Più laboriose furono le trattative per affidare alle suore l'ospedale di Teano. La Congrega di carità di questo paese, fin dal 1904, aveva chiesto a Madre Serafina, due suore per la Direzione di quell'Ospedale. La proposta era allettante, ma di una grande responsabilità in quanto era previsto dal contratto che quelle suore dovevano essere "a capo dell'amministrazione interna e della disciplina dello stabilimento" e avrebbero dovuto programmare l'attività per "tutti gli agenti destinati al servizio dell'Ospedale".153 Quelle suore avrebbero dovuto, tra l'altro, "invigilare che gli ammalati siano amorevolmente trattati dal personale di servizio", compito certamente arduo, ma ancora più delicato diventava l'altro obbligo "invigilare che il Cappellano compia presso gli infermi tutti gli uffici di religione". Il 10 maggio 1906 le suore assunsero quell'incarico presso i nuovi locali dell'Ospedale nell'ex monastero di Santa Maria in Foris e il 28 giugno, dopo appena un mese, Madre Serafina riceveva dal Presidente della Congrega di Carità "soddisfazione e gratitudine" per "la felicissima scelta delle due suore".154
Nell'accettare quella responsabilità e nell'inviare le suore, Madre Serafina ricordò certamente la sua esperienza presso l'Ospedale di Eppfendorf, dal 1878 al 1880, con le suore Elisabettine, e trasmise alle sue suore la laboriosità e la spiritualità appresa in quella sua esperienza tedesca.. L'Ospedale di Teano continuò ad essere affidato alle cure di un numero sempre maggiore di suore e, nel 1912, quando nella diocesi alle due case delle Suore degli Angeli se ne aggiunse una terza, a Pignataro, toccò ad un piemontese, il vescovo Albino Pella, elogiare l'opera che andavano svolgendo quelle suore nella sua diocesi: "..Hanno sempre dato edificazione della loro condotta, sotto ogni rapporto irreprensibile, disimpegnando con zelo ed abnegazione il loro ufficio sia nell'istruzione ed educazione della gioventù come nell'assistenza agli infermi".155
E l'efficienza e la professionalità dimostrata da quelle suore a Teano non sfuggì al prof. Giovanni Pascale, consulente presso quell'ospedale, il quale volle le stesse suore a dirigere il Sanatorio di Napoli quando egli stesso vi fu chiamato come direttore sanitario. Madre Serafina fu orgogliosa di questo riconoscimento che le veniva da un primario ospedaliero e, dopo aver chiesto alla Curia di Napoli l'assenso ad una presenza delle sue suore in diocesi, accettò di inviarle in data 2 gennaio 1907. Le suore rimasero presso il Sanatorio fino a quando questo non fu trasferito in Via Tasso e lo lasciarono, nel 1928, solo perché la nuova sede non consentiva loro l'osservanza degli impegni spirituali.
Ma Napoli non rimase priva del generoso apporto di queste suore le quali non avevano limitato il loro impegno alle cure degli ammalati gravi. Altri e altrettanto importanti ruoli avevano svolto nella città. Quando infatti, nel 1926, il cardinale di Napoli, chiedeva alla Congregazione dei Religiosi il Decreto di lode e l'approvazione delle Costituzioni, dopo aver evidenziato come quelle suore "si esercitano con zelo in svariate opere di apostolato" si soffermava soprattutto su di una: "A preferenza si occupano dell'assistenza religiosa alle giovani operaie delle Cotonerie Meridionali: hanno istituito un pensionato dove, con particolari ed assidue cure, accolgono quelle giovani che, non potendo portarsi ogni sera ai propri paesi, pernottano nei pressi del Cotonificio, ritornando in famiglia il sabato sera. Questa forma di apostolato merita tutto il nostro compiacimento perché elimina non pochi pericoli morali ai quali andrebbero incontro tante giovani operaie se dovessero ogni sera far ritorno ai paeselli lontani."156
Anche Piedimonte d'Alife era un paese che Clotilde Micheli, all'epoca Suor Annunziata, e Concetta Massari, all'epoca Suor Scolastica, conoscevano bene per essere state, provenienti da Sgurgola, ospiti, nel Convento della Solitudine, di Padre Fusco. Anche in questo caso si trattò di un ritorno in un luogo da cui Clotilde era fuggita per non aver accettato la nuova Congregazione ideata da mons. Scotti. Si ripeteva ad Alife quello che era già accaduto per Belluno: un ritorno con una propria Congregazione. E anche qui fu un sacerdote, don Girolamo Di Caprio, a favorire la chiamata dalle suore da parte di quel Comune. Il contratto fu stipulato il 2 agosto 1909 e prevedeva l'istituzione di un asilo d'infanzia e stabiliva che "Suor Serafina delle Angeliche si obbliga fornire al Comune il personale suddetto, cioè: la insegnante, due suore coadiutrici ed una conversa, ossia inserviente". Si trattava di una scuola che oggi definiremmo a tempo pieno in quanto l'orario invernale era dalle ore 8 alle ore 17 e l'orario estivo dalle ore 7 alle ore 18. Le suore svolsero i loro compiti in modo da ricevere i compiacimenti del Regio Ispettore scolastico.
Non era consuetudine di quegli anni accettare la presenza di una donna insegnante, quando quel ruolo era stato sempre svolto da personale maschile, sia laico che religioso. Forse una parte dello scetticismo che accompagnava l'operato delle Suore degli Angeli era dettato anche dal fatto che queste svolgevano ruoli non del tutto consoni ad una donna e, ancor di più, ad una suora. La figura della suora fra le corsie di un ospedale, o fra le camerate di un ricovero di mendicità, o fra le culle di qualche orfanotrofio, era più consueta di quanto non lo fosse fra i banchi di un asilo. E non mancarono critiche alle idee e ai metodi di Madre Serafina. Tra le accuse che don Bernardi riferiva al suo vescovo, vi era anche questa: "...e poi le manda qui e là digiune di vita religiosa, impreparate alla vita civile e sociale, con danno delle persone, disdoro dell'Ordine, vergogna delle persone inette agli uffici loro assegnati."157 Madre Serafina dovette affrontare e subire anche questa sorda opposizione interna: e non fu la più facile, né la più indolore!


Fuori diocesi e fuori regione Madre Serafina accettò un ulteriore invito che
le fu rivolto dal Comune di Limosano, dietro suggerimento del vicario generale della diocesi di Cerreto, mons. Teodorico De Angelis. Il contratto con il Comune per l'apertura di un asilo d'infanzia fu stipulato il 29 marzo 1910 e fu identico a quello già stipulato con il Comune di Alife.
Alterne furono le vicende di questo asilo, ma dovute a lotte politiche comunali. L'arrivo delle suore fu salutato con entusiasmo e accompagnato da sincera riconoscenza. Dopo appena un anno dal loro arrivo le suore ricevettero ancor più fiducia da quell'amministrazione che affidò loro ulteriori incarichi. Così l'arcivescovo di Benevento ricordava quella attiva presenza: "Le suore impartiscono l'insegnamento elementare secondo i programmi governativi e l'istruzione religiosa nelle loro scuole; nei giorni festivi insegnano in Chiesa il catechismo ai fanciulli...compiono il loro dovere con lodevole ed edificante zelo e la loro condotta è esemplare."158
Madre Serafina come ultimo suo atto inaugurò il 2 gennaio 1911, a Pignataro di Caserta, in diocesi di Teano, un asilo infantile ed un laboratorio per fanciulle. Benchè molto ammalata volle essere presente a quella nuova Casa che si apriva grazie alla generosità delle due sorelle Clementina e Maddalena Borrelli. La morte la raggiunse nel pomeriggio del 24 marzo 1911. Vent'anni aveva potuto dirigere il suo Istituto che alla sua morte contava 66 suore e 13 Case di missione.159
Molti ostacoli erano stati superati, ma Madre Serafina era certa che alla sua morte la Congregazione sarebbe rinata. Come riferisce Suor Natività, a chi temeva che la sua morte potesse cancellare qualsiasi presenza delle Suore degli Angeli, la Madre rispondeva: "Solo dopo la mia morte l'Istituto trionferà! E' necessario che io me ne vada, se vogliamo il rifiorire della Congregazione".160
Non sfuggirono alla Madre alcune dolorose conseguenze che si riversarono sul buon nome dell'Istituto per scelte non esemplari di qualche sua suora, e non sfuggì il problema rappresentato dalla sua prima e più vicina collaboratrice, suor Maria Immacolata, colei che l'aveva seguita fin dalla sua esperienza di Sgurgola, la sua Vicaria. Fu doloroso per Madre Serafina assistere al fallimento di tante vocazioni religiose, ma ancor più doloroso fu, alla fine della sua esperienza religiosa, constatare il fallimento del suo tentativo di cambiare animo e atteggiamenti di quella sua Vicaria. Non è pensabile che la Madre non abbia profondamente conosciuto Suor Immacolata, è senz'altro ipotizzabile, invece, che abbia cercato di limitare le dannose conseguenze di alcune sue iniziative, con il mantenerla sotto il suo diretto e materno controllo, con il concederle fiducia attraverso incarichi importanti. Constatati vani i suoi tentativi e prossima la sua fine "parecchi mesi prima di morire si convinse finalmente che l'essersi avvalsa dell'opera di questa suora aveva portato un certo pregiudizio al buon andamento dell'Istituto e volle che essa avesse rinunziato alla carica di Vicaria generale". 161 Suor natività, nel suo volume, indica il dicembre del 1910 come data della decisione della madre di affidare nella mani della sorella Fortunata e in quelle di Luigia Piazza, rispettivamente Suor Maria e Suor Margherita, il governo dell'Istituto. In realtà un importante documento suggerisce di anticipare quella data almeno al 5 agosto 1910, quando, nell'atto di compra-vendita fra l'Istituto e le signorine Borrelli di Pignataro, non compare più, come era avvenuto tante volte prima, accanto al nome di Clotilde Micheli quello di Concetta Massari, ma i nomi di Fortunata Micheli e Luigia Piazza.162
Era in questa sua decisione la speranza di vedere "rifiorire" la Congregazione? Pare proprio di sì, e quel "finalmente" di Suor Natività lo conferma.
La vita di Clotilde Micheli si chiudeva in quel pomeriggio del 24 marzo 1911, ma rimaneva ormai la certezza che quell'invito ad istituire una nuova Congregazione, ricevuto nel 1867, non era una illusione, né frutto di isterismo religioso. Cosa avvenne esattamente il 2 agosto 1867, nella chiesa parrocchiale di Imèr, non lo sapremo mai, ma oggi sappiamo che quella Congregazione delle Suore degli Angeli è una realtà. Ancora oggi a chi dovesse chiedere lo scopo dell'Istituto si può rispondere con le stesse parole che don Giordano, nel maggio 1929, rivolse al cardinale: "Si occupano di scuole, asili, ospedali...in pochi anni hanno aperte 28 case".
La Congregazione che aveva suscitato tanti dubbi in Clotilde, che aveva causato tante attese e tanti tentativi di appropriazione da parte di chi cercava gruppi religiosi propri, la Congregazione talvolta usata e non sempre amata dalla gerarchia, secondo le parole della sua fondatrice, fioriva.

CONCLUSIONE

Un testo biografico, di solito, non termina con una conclusione. Ogni biografia racchiude naturalmente insieme inizio e conclusione della vicenda di un protagonista.
Perché, allora, questo ultimo e breve capitolo nella biografia di Clotilde Micheli?
Si è potuto constatare come nello sviluppo narrativo delle vicende di questa protagonista si è sempre intrecciato un aspetto personale e individuale con aspetti generali. Si è visto, cioè, come elementi giuridico-ecclesiastici, elementi mistico-ascetici, siano stati così profondamente legati alle esperienze di madre Serafina da condizionarne spesso gli esiti.
Per quanto si sia cercato di narrare la vita di Madre Serafina rimanendo fedeli al documento scritto ed evitando di accogliere racconti straordinari e spiegazioni di eventi eccezionali tramite interventi divini, si è constatato che alcuni episodi della vita di questa Suora restano non sufficientemente comprensibili da una logica esclusivamente umana. Rimane cioè uno spazio nella vita che pur fatto proprio dalla volontà e libertà dell'individuo, sembra dettato e quasi diretto da quello che comunemente si definisce Provvidenza. Ben inteso che Provvidenza non è certamente quella spiegazione che viene invocata e applicata quando mancano valide e accettabili soluzioni logiche a particolari casi di una vicenda umana. La provvidenza è quel progetto di Dio che interviene in un progetto umano, modificandolo e sostenendolo.
Durante il racconto biografico della Micheli si è evitato qualsiasi riferimento esplicito al piano provvidenziale per approfondire meglio tutte le cause umane di alcuni particolari e strepitosi avvenimenti e per utilizzare al meglio tutti gli strumenti di una ricerca storica, senza usare quella che talvolta diventa una "scorciatoia" del narratore che, quando non trova adeguate spiegazioni, fa riferimento alla volontà di Dio.
Per tale motivo, in queste pagine, gli interrogativi, alla fine, sono rimasti a testimonianza di una dimensione anche ineffabile della vita di ogni uomo e, quindi, anche della vita di un santo.
Ma per la biografia di Madre Serafina una conclusione è richiesta anche per un altro motivo. La sua storia personale, la storia della nascita e dello sviluppo della sua Congregazione, è immersa nella storia della Chiesa e non solo per i continui interventi dei rappresentanti della gerarchia ecclesiastica. La storia di Clotilde acquista maggiore comprensibilità se inserita nella storia più generale della chiesa che, in quegli anni, alternava momenti di creativo entusiasmo a momenti di dubbio e di incertezze. La vocazione di Clotilde, i lunghi anni del dubbio, la "casualità" di alcuni incontri e di alcune amicizie che hanno poi segnato la sua vita, il rifiuto di soluzioni già preparate, l'inizio della Congregazione in un paese lontanissimo da quello della nascita, in breve, tutte le tappe della vita di Madre Serafina ricevono completo significato se narrate come storia della chiesa.
E non si tratta di una storia minore della Chiesa, ma di una storia esistenziale della chiesa, di quella "storia vissuta del popolo cristiano", secondo la felice espressione dello storico Jean Delumeau.
La vicenda di Clotilde riesce a spiegare quella esplosione di nuove piccole Congregazioni religiose, soprattutto femminili, che si verificò tra la fine dell'800 e i primi decenni del '900. Congregazioni che consentirono alla Chiesa una rappacificazione con la società dopo gli anni dell'ostracismo voluto e attuato dalle ideologie laico-illuministiche. Una storia della Chiesa, quindi, non più solo declinata sul piano dei rapporti istituzionali con i vari Stati, ma sul piano di una esistenza quotidiana fra la gente comune. E questa storia non è l'altra faccia della Chiesa, ma la storia della Chiesa vissuta nel silenzio, nella semplicità, nei piccoli spazi dei paesi, fra la gente semplice. E' una storia della Chiesa che consente di superare alcune perplessità sulla miriade di Congregazioni femminili sorte in quegli anni e attribuite ad un particolarismo esagerato e anche dannoso. Diventa allora più attenta la stessa riflessione storica e più articolata, più ricca, la storia della chiesa.
L'obiettivo di questa breve conclusione voleva essere appunto quello di continuare a studiare la vicenda di Madre Serafina e delle Suore degli Angeli nell'ambito di una storia della Chiesa.

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